di Tommaso Padoa-Schioppa
L'inizio della nuova legislatura italiana cade mentre la costruzione
europea attraversa uno dei tipici momenti di incertezza che
ne hanno segnato tutto il cammino. In passato, quei momenti
avevano trovato un fattore di stabilità e di continuità
proprio nell'Italia.
L'Italia era il Paese che neppure le crisi facevano deflettere
dalla rotta dei fondatori: graduale creazione di un potere sopranazionale
che, nei pochi ma essenziali campi dove la dimensione degli
Stati è ormai inferiore a quella dei problemi da affrontare
(economia, esteri, sicurezza), possa decidere e agire efficacemente.
Nelle fasi di stallo, sull'Italia si poté sempre contare
per un rilancio.
Oggi si ritiene che l'Europa non possa ripartire prima che la
Francia abbia un nuovo presidente, nella primavera 2007. Probabilmente
è vero, come è vero che la crisi europea è
in gran parte francese: disagio sociale, dramma della società
multiculturale, disarticolazione delle grandi famiglie politiche,
esaurimento dello stile e del linguaggio politico creati dal
gollismo, soprattutto mancato ripensamento strategico dopo la
riunificazione tedesca, il crollo dell'Urss, l'allargamento
dell'Unione a 25-30 Paesi.
Ma è anche vero che l'anno davanti a noi non è
di semplice attesa. Il modo in cui alcuni Paesi chiave opereranno
nei prossimi mesi determinerà se e come l'Europa potrà
ripartire nel 2007. Un riesame della politica europea s'impone,
ed è in parte iniziato, in vari di essi.
Siamo, tipicamente, nello spazio politico e temporale in cui
un'azione italiana può svolgersi con successo, a beneficio
dell'Italia stessa e dell'Europa.
All'inizio dell'estate scorsa l'Europa è stata in grandissimo
pericolo. In Francia il fronte antieuropeo aveva conseguito,
per la prima volta dal 1954, una sonante vittoria e la Gran
Bretagna, assumendo la presidenza dell'Unione, aveva l'occasione
storica per concludere vittoriosamente la sua lunghissima opposizione
alla nascita di un potere sopranazionale nelle questioni d'interesse
comune.
L'occasione è stata perduta; è mancato quello
che in linguaggio militare si chiama lo sfruttamento del successo.
È stata decisiva l'insipienza, come quella mostrata da
Blair nel non staccarsi dai pochi milioni di euro che gli hanno
alienato il sostegno del Centro Europa. Ma ancor più
importante è stata la vera mancanza di alternativa all'Europa
per la politica francese. Se de Gaulle nel 1965 ancora poteva
trattenere i francesi nel sogno dell'autosufficienza, la coalizione
eterogenea del no del 29 maggio 2005 mancava di ogni strategia
positiva.
La Germania di Angela Merkel ha dato tre chiari segni della
sua linea europea. Il primo: ha posto fine a una vera e propria
politica dell'antipatia nei confronti del Centro Europa. Il
secondo: ha ripreso contatto con gli Stati Uniti, combinando
amicizia e fermezza. Il terzo: ha chiarito che il Trattato Costituzionale
non può essere arbitrariamente sepolto, dopo che tutti
i governanti, compreso Blair, avevano firmato l'impegno di portarlo
alla ratifica e che 14 di essi l'hanno effettivamente ratificato.
Segnali positivi anche da altri fronti. L'economia sembra uscire
dalla stagnazione della prima metà del decennio. In Germania
risale la fiducia. Il Patto di Stabilità e di crescita
ha resistito alla minacciosa turbolenza in cui si è trovato
quando Francia e Germania lo trasgredirono nella forma e nella
sostanza. Per togliere l'economia europea dalla morsa in cui
la stringono Asia manifatturiera e America tecnologica il più
resta da fare; ma probabilmente il peggio è passato.
Anche in materia di politica estera e di cooperazione nella
sicurezza interna e nella giustizia l'Unione compie, nonostante
tutto, qualche passo avanti.
L'Europa ha conosciuto due «crisi di ratifica» prima
di questa. Negli anni Cinquanta, dopo la bocciatura del Trattato
Ced (Comunità europea di difesa) e negli anni Novanta,
dopo che i danesi bocciarono la moneta unica. In entrambi i
casi ci vollero due-tre anni per ripartire. Una volta si cambiò
direzione (dalla difesa al mercato comune), l'altra si proseguì
nella direzione tracciata (la moneta unica).
L'Italia della prossima legislatura avrà una importante
carta da giocare. Dovrà saper riprendere la via europea
troppo spesso trascurata in questi anni.