«Il patriottismo economico va eliminato dagli Stati, ma
ciò è possibile solo se lo si ricostituisce a livello
europeo». Me lo dice un capo d'industria parigino a commento
di vicende recenti: una legge francese protegge dieci settori
industriali da scalate straniere; Bnp-Paribas acquista Bnl; Électricité
de France acquista Edison; Enel concupisce Suez; il suo governo
fonde questa con Gaz de France.
Il mio interlocutore ha forti convinzioni europee, nella linea
di Jean Monnet e Jacques Delors. Condivido il suo auspicio di
un patriottismo europeo, ma non lo seguo nel condannare quello
nazionale. Su questo tema proprio il
Corriere aveva aperto, poco più di un anno fa, un ampio
dibattito (Tremonti, Scaroni, La Malfa, Nardozzi, Ostellino, oltre
a chi scrive) che, riletto oggi, appare più attuale di
ieri.
In linea generale direi: patriottismo sì, protezionismo
no. Spirito di corpo e ambizione collettiva non sono mali da condannare;
se bene instradati, sono l'indispensabile lievito del successo,
anche economico, di ogni comunità, sia essa regionale,
nazionale o europea. Non basta certo il talento di un imprenditore
a creare ricchezza, se tribunali, scuola e servizi pubblici non
funzionano. Non basta certo la guardia di finanza a far pagare
le tasse, né i netturbini a tener pulite le strade. Ma
senso civico e buon governo richiedono un grado di patriottismo.
Senza questo è impossibile creare le condizioni generali
che ogni successo richiede, collettivo o individuale. E perché
lo spirito di comunità dovrebbe esprimersi solo nel calcio?
Ma quando il patriottismo ricorre al protezionismo esso sbaglia
la scelta dei mezzi: invece di promuovere il benessere di tutti,
crea il privilegio di alcuni.
A chi giova il protezionismo? Certo non alla generalità
di quelli che giungono con fatica alla fine del mese e preferirebbero,
per lo stesso prezzo, acquistare beni o servizi più abbondanti
e migliori.
Si obietta che se quei beni sono importati, chi li produce in
Italia perderà il lavoro. È vero, il protezionismo,
almeno per qualche tempo, protegge loro; ma non la comunità
nazionale nel suo insieme, non il sistema economico, non la sua
capacità di competere nel mondo. Moltissimi consumatori
sovvenzionano pochi produttori acquistando beni e servizi più
cari di quelli che potrebbero ottenere altrimenti. Dunque, contrapposizione
tra italiani e stranieri ma tra italiani e altri italiani. Spetta
alla politica, applicata all'economia, dirimerla.
Che lo Stato soccorra chi perde il lavoro è ormai scritto
nel nostro contratto sociale, un principio che rafforza il senso
di appartenenza alla società e cementa il patriottismo.
L'Europa può andare fiera di avere aggiunto la solidarietà
alla pace, alla libertà, alla giustizia nella lista dei
valori perseguiti nel governo della collettività; indica
una via agli altri Paesi del mondo.
Ma il soccorso può prendere diverse forme, più o
meno costose in termini di risorse, più o meno eque in
termini sociali; ed è qui che le strade del patriottismo
e del protezionismo si dividono. Il soccorso può tenere
artificiosamente in vita imprese o settori che altrimenti chiuderebbero;
oppure aiutare ad apprendere e trovare un nuovo lavoro, assicurando
un sussidio nella fase di passaggio. Spreco e ingiustizia nel
primo caso; vera solidarietà nel secondo.
Proprio perché privo di giustificazione economica il protezionismo
cerca la giustificazione patriottica. Ma usurpa l'argomento. È
patriottismo soccorrere il bisognoso, non infliggere all'intera
economia un costo inutile. È difficile che una cattiva
economia faccia una buona politica.