Gentile Direttore
Quando qualche tempo fa, nella mia veste di direttore generale
per l’integrazione europea della Farnesina, ti chiedevo
di dedicare un numero di Limes all’Europa, mi rispondevi
che non era “trendy” per il grande pubblico; troppo
scontata, troppo tecnocratica, troppo ideologica. Una costruzione
farraginosa incapace di creare emozioni e slanci tra i cittadini.
Mi sembra adesso che tu abbia cambiato idea dedicando all’Europa
un interno numero del tuo giornale con un titolo un po’
provocatorio “L’Europa è un bluff”.
Poiché ritengo la tua uscita animata da una genuina volontà
costruttiva mirante a rilanciare il dibattito e la riflessione,
raccolgo molto volentieri la provocazione e cercherò
di dare dal mio punto di vista qualche risposta al tuo editoriale
con il quale apri il numero di Limes.
Come si fa a dire che l’Europa è un bluff? Esiste
un grande mercato di 450 milioni di consumatori, norme comuni
che lo regolamentano, una Corte di giustizia, che sin dalla
sentenza sul cassis di Dijon agisce come organismo federatore
alla stregua della Corte Suprema americana, un acquis giuridico
e costituzionale, una moneta unica, una politica commerciale,
azioni comuni in politica estera, una spazio comune dove circolano
liberamente i cittadini senza controlli alle frontiere, grandi
programmi comuni nei settori più avanzati come l’Agenzia
spaziale europea, Iter, Galileo, Erasmus.
Ma non basta: come si fa a dimenticare che l’Europa assicura
da oltre cinquant’anni pace e stabilità a un continente
martoriato da guerre fratricide che lo avevano distrutto e diviso,
esportando democrazia e benessere, ed evitando di importare
instabilità politica, povertà e arretratezza culturale?
Per molti paesi, si pensi ad esempio ai Balcani, la prospettiva
europea è l’unico collante che li tiene uniti e
che li spinge ad avvicinarsi ai nostri standard.
E vero, però, che l’Europa sta attraversando una
grave crisi politico-costituzionale e di identità. Essa
appare incompiuta, impacciata, irretita nelle difficoltà
della crescita e della competitività internazionale.
Essa manca soprattutto di leadership per superare l’incertezza
che l’attanaglia. “Ignoranti quem portum petat nullus
ventus suus est” (“Non esiste vento favorevole per
chi non sa verso quale porto andare”) ci ricorda Seneca.
Ed è proprio l’assenza di una vera leadership che
non ha consentito ai capi di Stao e di governo in occasione
dell’ultimo Consiglio europeo di affrontare una crisi
di vaste proporzioni, che avrebbe richiesto coraggio e immaginazione,
preferendo un accordo minimalista sul bilancio 2007-2013, anziché
risolvere i problemi di fondo.
Ma l’Europa ha superato crisi anche più gravi di
questa. Si pensa alla sedia vuota lasciata da de Gaulle o al
ricatto della Thatcher sul bilancio o alla difficile situazione
venutasi a creare dopo la caduta del Muro di Berlino. Diceva
Jean Monnet che l’Europa si sarebbe fatta attraverso le
crisi che sarebbe riuscita a superare e che essa sarebbe stata
il risultato delle risposte che avrebbe dato a queste crisi.
E’ vero, il progetto costituzionale è stato bocciato
da due Stati, ma è stato ratificato da quattordici, anzi
sedici, se si considerano anche Bulgaria e Romania. La stessa
approvazione delle prospettive finanziarie è comunque
servita ad allentare le tensioni e ad aumentare la consapevolezza
sulla necessità di uscire dall’impasse. Non si
può dire che il clima sia mutato nelle opinioni pubbliche
europee, ma il dibattito si sta riavviando e varie proposte
vengono avanzate da più parti per rilanciare il processo
costituzionale.
Tutto deve essere visto nella sua giusta dimensione : lo stesso
allargamento è stato una politica di successo. Va spiegato
meglio all’opinione pubblica, analizzandone i vantaggi
ed i probabili costi che il non allargamento avrebbe rappresentato
in termini di stabilizzazione e di sicurezza. Certo non possiamo
allargare all’infinito, ma non possiamo neanche dimenticare
quelle aree a cui abbiamo promesso una prospettiva europea e
che sono di cruciale importanza per la stabilità stessa
nei nostri paesi.
Alcuni segni di ripresa sembrano indicare che la crisi economica
si sta attenuando. Una maggiore consapevolezza e un maggiore
impegno, un maggiore coordinamento delle politiche economiche
consentirà di uscire dal guado. L’euro è
un catalizzatore per una più stretta integrazione e accelererà,
almeno tra i paesi che ne fanno parte, una maggiore armonizzazione
delle loro politiche economiche. Il grande mercato, i comuni
valori aiuteranno i paesi nuovi ad omogeneizzarsi e ad elevare
il loro tasso di crescita a beneficio di tutto il resto dell’Unione
rendendola più competitiva e più presente nella
scena internazionale.
Perché allora questa malinconia che attanaglia l’Europa,
come giustamente rileva Padoa Schioppa, o il sentimento della
sua dissoluzione, come scrive Steiner in una sua recente pubblicazione?
Stiamo soffrendo la sindrome di Spengler, “il tramonto
dell’Occidente”?
L’Unione si trova confrontata essenzialmente a quattro
sfide: la ripresa economica e l’avvio di nuove politiche,
l’allargamento e la riaffermazione dell’identità
europea, la sicurezza ed infine il superamento dell’impasse
costituzionale. Per far fronte a queste sfide abbiamo bisogno
di più Europa e non di meno Europa. Abbiamo bisogno di
una maggiore presenza in politica estera, di un maggiore impegno
per riconquistare l’opinione pubblica rispondendo alle
principali esigenze dei cittadini come la lotta al terrorismo,
l’immigrazione clandestina, i traffici di essere umani,
la lotta contro i grandi flagelli come l’Aids, l’influenza
aviaria e via dicendo.
Il dibattito per riattivare il processo costituzionale si è
riaperto e dovrà essere seguito con attenzione per aiutare
Francia e Olanda ad uscire dalle secche dove si sono arenate
con i falliti referenda. L’Italia può svolgere
un ruolo importante in quest’ottica, rappresentando insieme
alla Germania lo Stato tradizionalmente a maggiore vocazione
europeista. Il nuovo clima in Germania con l’elezione
di Angela Merkel potrebbe incoraggiare, nei prossimi mesi, una
forte iniziativa italo-tedesca, come accadde negli anni Ottanta
con l’iniziativa Genscher –Colombo, per il rilancio
del processo di integrazione.
Oscar Wilde sostiene che “in questo mondo ci sono solo
due tragedie : una non ottenere quello che si vuole, l’altra
ottenerlo”. Orbene a me sembra, caro direttore, che tu
impersoni questo secondo sentimento, quasi che i grandi successi
ottenuti in tanti anni siano causa di sconforto piuttosto che
stimolo a progredire.