L´OCCIDENTE e LO ZAR DEL GAS
La debolezza della Ue davanti allo zar del gas
ANDREA BONANNI
È stata dura, ma istruttiva, la cena dei capi di governo
europei con Putin, che ha concluso il vertice della Ue a Lathi,
in Finlandia. L´Europa, abituata ad affrontare i dilemmi
morali da una posizione di forza, ha infatti scoperto quanto
sia arduo trovare un compromesso tra etica e politica stando
in una posizione di debolezza. Un conto, infatti, è tenere
fuori dalla porta la Serbia perché non consegna i suoi
criminali di guerra, o impartire lezioni di democrazia alla
Turchia.
Ben altra impresa è fissare l´asticella del politically
correct di fronte a un signore che controlla un terzo dei consumi
energetici europei.
Da questo punto di vista, è istruttiva la lettera riservata
che il presidente della commissione, Barroso, ha inviato ai
capi di governo per riassumere il senso dell´incontro
di Lathi. Dopo aver spiegato di aver speso molto tempo a lavorare
con i paesi dell´Est "per farsi carico delle loro
preoccupazioni in modo che, pur restando fermi sui nostri valori
sui nostri interessi, la cena col presidente Putin non diventasse
troppo litigiosa", Barroso spiega quanto il leader russo
sia stato disponibile a risolvere il contenzioso economico,
ma intrattabile per quanto riguarda la politica estera di Mosca
o le critiche sul rispetto dei diritti umani.
"Putin - scrive Barroso - ha chiarito che l´Ue è
un partner essenziale per la Russia. Ha riconosciuto la dipendenza
della Russia dalla Ue e ha detto che non dovremmo aver paura
per la nostra dipendenza energetica, garantendo continuità
nelle forniture". Tuttavia "ha reagito più
duramente sulla Georgia dicendo di temere un conflitto armnato
e un massacro. In generale ha lasciato l´impressione di
volere buone e strette relazioni con noi, ma senza alcuna disponibilità
ad accettare i nostri punti di vista nelle questioni sulle quali
siamo in disaccordo".
L´atteggiamento di Putin, insomma, è lineare: egli
riconosce di aver bisogno dell´Europa, dei suoi prodotti
e delle sue tecnologie, almeno quanto l´Europa ha bisogno
del gas e del petrolio russo. E tuttavia, non ha alcuna intenzione
di sottoporsi alla trafila di esami e di lezioni che l´Europa
ha imposto agli ex paesi comunisti candidati all´adesione.
Molto meno chiaro e lineare è invece l´atteggiamento
degli europei. Da una parte, infatti, l´Ue ha bisogno
del gas russo (e i paesi dell´Est europeo, che sono i
più critici verso le politiche del Cremlino, sono anche
i più dipendenti dalle sue esportazioni energetiche).
Dall´altra ha un interesse vitale a che un vicino così
potente e ingombrante evolva in senso democratico e, soprattutto,
pacifico: due percorsi tutt´altro che scontati.
Quando si tratta di energia, il vecchio continente ha una lunga
e non gloriosa tradizione di ambiguità e di doppiopesismo.
Ha fatto affari con Gheddafi mentre questi faceva uccidere dissidenti
libici in Europa. Ha voltato la testa dall´altra parte
quando il governo algerino ha cancellato elezioni vinte dai
radicali islamici. Ha commerciato con l´Iraq di Saddam
e tuttora commercia con l´Iran di Ahmadinejad. Intrattiene
rapporti fruttuosi con le monarchie assolutiste della penisola
arabica. Ma con la Russia di Vladimir Putin non può e
non vuole cedere alla logica della Realpolitik. E questa è
una cosa che il Cremlino non riesce a capire perché il
gas algerino o il petrolio libico non puzzano, mentre quelli
che vengono dalle steppe siberiane devono avere, oltre che il
giusto numero degli ottani anche il marchio di politically correct?
La risposta a questa domanda è solo in parte razionale,
mentre in parte tocca le radici profonde, emotive, dell´irrisolta
identità europea. Appare logico, infatti, l´interesse
dell´Ue ad avere una Russia pienamente democratica e aliena
quanto più possibile da avventure militari come quella
cecena o quella che si potrebbe prospettare in Georgia. D´altra
parte, sempre sul piano razionale, si potrebbe anche osservare
che un «uomo forte» come Putin garantisce stabilità
all´interno di un Paese straziato da contraddizioni potenzialmente
esplosive, e riesce, almeno per ora, a controllare la galassia
instabile delle repubbliche asiatiche dove lo scontro tra Islam
e Occidente potrebbe assumere dimensioni catastrofiche.
Ma il vero motivo per cui l´Europa non riesce ad accettare
una involuzione autoritaria del vicino russo tocca la nostra
storia e la nostra identità. Da una parte, infatti, pur
senza volerli integrare nell´Ue, non riusciamo a non vedere
i russi come europei, come membri a pieno titolo di quella grande
famiglia in cui tutti ci riconosciamo. Dall´altra, anche
se questo aspetto della nostra identità non è
stato ancora pienamente analizzato, la nuova Europa a Ventisette
è figlia del superamento della Guerra Fredda almeno quanto
la piccola Europa delle origini era figlia del superamento della
II Guerra Mondiale. Possiamo anche accettare che la Russia di
Putin si ammanti, nei simboli e nel linguaggio, della dubbia
«grandeur» dell´Unione Sovietica. Ma, giustamente,
non possiamo accettare che ne riscopra l´animo totalitario,
militarista e anti-democratico. La nostra nuova identità
di europei coincide con la sconfitta di quel modello e con il
trionfo dei nostri valori, che oggi vorremmo universali. Se
la Russia dovesse tornare indietro, si poterebbe con sé
anche un pezzo della nostra anima e cinquant´anni della
nostra storia. E questo è un prezzo che nessun barile
di petrolio potrà mai pagare.