Ufficio stampa e del portavoce
INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO AL PARLAMENTO EUROPEO
Signor Presidente, care deputate, cari deputati,
Ci troviamo in un momento cruciale per il futuro dell’Europa e della costruzione europea: ed è con questa consapevolezza, e non senza emozione, che mi rivolgo a voi oggi. Ringrazio il Presidente Hans Gert Poettering per questa opportunità.
Da qui alle elezioni del 2009 l’Europa si gioca il proprio futuro. Fra un mese, il Consiglio europeo delibererà l’avvio di una Conferenza Intergovernativa al termine della quale dovremo poter dire di essere stati all’altezza degli impegni che ci siamo assunti, tutti insieme, il 25 marzo scorso a Berlino.
Si tratta di decidere di cosa ha bisogno l’Europa, di cosa abbiamo bisogno tutti noi, per poter affrontare le sfide che il mondo ci impone. Sembra una questione astratta, invece è molto concreta. Ormai dovremmo aver capito che la capacità di noi europei di interpretare il mondo globale e coglierne le opportunità dipende da come sapremo far funzionare le nostre istituzioni comuni.
Permettetemi di dire subito con molta franchezza che non condivido quanti continuano a opporre la necessità di produrre risultati alla necessità di rafforzare le istituzioni europee. E’ proprio per avere più risultati che io auspico e mi batto da sempre per istituzioni comuni più forti ed efficaci!
Questa volta non partiamo da zero. Non abbiamo insomma da re-inventare qualcosa di nuovo. Nell’ottobre del 2004 i paesi europei hanno tutti sottoscritto un Trattato e 18 paesi lo hanno addirittura ratificato. In questi ultimi due anni sono state ascoltate soprattutto le ragioni di chi esita. E’ venuto ora il momento di ascoltare chi quel trattato del 2004 lo ha ratificato. Chi si è impegnato, anche di fronte ai propri cittadini, a continuare quel percorso.
Un percorso iniziato alcuni anni prima, a Laeken, che si era snodato partendo da un assunto fondamentale e ineccepibile: che l’Europa non potesse avere risultati ambiziosi senza riforme altrettanto ambiziose.
Ebbene, io sono convinto che quell’assunto resti valido. E che quindi occorra ripartire dall’ottobre del 2004. Archiviando i lutti e le pause di riflessione degli ultimi due anni e pensando con serietà e responsabilità al nostro futuro e a quello dei nostri figli.
Non si tratta solo di accordarci sulle nuove regole che ci occorrono. Ci sono altre esigenze egualmente prioritarie, senza cui l’Europa non potrà funzionare: un bilancio degno di questo nome e delle vere politiche sulle grandi sfide imposte dalla contemporaneità: energia, cambiamenti climatici, divario nord-sud… Ma partiamo oggi dalla questione più urgente, quella di superare l’impasse costituzionale e riformare le istituzioni.
Per riuscirci è indispensabile tener fede a un principio che è alla base del nostro stare nell’Unione europea. Un principio talmente fondamentale che definisce l’etica stessa del nostro stare assieme.
E’ quello secondo il quale nello sviluppo della costruzione europea occorre sempre fare uno sforzo per comprendere le ragioni degli altri, farsene in qualche modo carico. Noi questo sforzo lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo.
Ma ci aspettiamo dagli “altri” eguale comprensione. Ci aspettiamo che questi altri si facciano egualmente carico delle nostre aspirazioni. Che in questo caso, lo sapete bene tutti, sono quelle di chi vuole una unione sempre più stretta.
E’ con in mente questo principio che noi faremo ogni sforzo per aiutare le Presidenze tedesca e portoghese a preservare il massimo delle nostre ambizioni di unione, tenendo in massimo conto le ragioni degli altri.
Fatte queste premesse, vorrei dire ora cosa a mio avviso non ci possiamo permettere al Consiglio europeo di giugno e alla Conferenza intergovernativa che seguirà.
Innanzitutto, ricordiamoci che questa volta il rispetto dei tempi è direttamente collegato a una questione di democrazia. Nel 2009 gli elettori europei dovranno infatti sapere su quale tipo di Europa sono chiamati a pronunciarsi. Che ruolo avrà il Parlamento europeo. Quali saranno i suoi compiti. Se ci sarà una Presidenza del Consiglio stabile, un Ministro degli Esteri europeo. Come sarà formata la Commissione e così via…
Il mandato della Conferenza Intergovernativa dovrà perciò essere preciso e selettivo. Indicando puntualmente i pochi nodi negoziali significativi e, soprattutto, come scioglierli. Solo così riusciremo a onorare la promessa di definire nuove regole entro il 2009.
Con un mandato aperto, la Conferenza difficilmente si chiuderebbe per la fine del 2007, e i tempi per i passaggi a livello nazionale del nuovo accordo non permetterebbero di completare il processo per i primi mesi del 2009. L’impasse sarebbe insomma automatica.
Permettetemi a questo punto una considerazione. Una considerazione che mi viene spontanea dopo aver riletto proprio in questi giorni il Trattato costituzionale del 2004 - vorrei invitare tutti a rivederlo ora che è passato del tempo e che è possibile un maggior distacco.
Ebbene, quello del 2004 è un testo bello. Bello davvero. Con un grande respiro europeo. Che soprattutto nella prima parte trasmette in modo chiaro e comprensibile il senso e la visione della grande impresa comune che abbiamo intrapreso.
Pensiamoci dunque due volte prima di archiviarlo e imboccare la via degli innesti a pettine, totali o parziali che siano, nei trattati esistenti. Perderemmo oltre tutto un patrimonio di semplicità e leggibilità a scapito della comprensione dei cittadini e, quindi, della loro adesione al progetto europeo!
Ma soprattutto perderemmo un testo che corrisponde a una coerente concezione dell’Europa, un testo che sa coniugare le aspirazioni ideali di molti di noi con l’esigenza - pratica e avvertita da tutti - di dare alla nostra Unione regole più solide e mezzi adeguati per far fronte alle nuove sfide.
Lo svolgimento dei negoziati sino a questo momento mi induce a ritenere che purtroppo noi dovremo rimettere mano al testo del 2004. E tuttavia vorrei fare stato qui oggi di fronte a tutti voi della mia convinzione che nel farlo ci priveremmo di qualcosa di molto importante! E che per noi che crediamo al progetto europeo si tratterebbe di un sacrificio enorme, di un prezzo molto alto da pagare per quanti hanno ratificato e investito democraticamente nella ratifica. Teniamolo ben presente.
Per questo noi non potremo accettare uno stravolgimento del pacchetto istituzionale esistente. Il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune attraverso un Ministro degli Esteri, una Presidenza stabile del Consiglio, l’estensione del voto a maggioranza qualificata, il superamento della struttura su tre pilastri e la personalità giuridica dell’Unione sono tutti aspetti per noi essenziali, che vanno salvaguardati.
Vorrei qui mettere in guardia contro certi appelli al “realismo” tipici della vigilia di un Consiglio europeo importante, immancabilmente orientati a compromessi al ribasso. Vorrei invece osservare che se è vero che le grandi sfide globali possono essere affrontate solo a livello europeo, allora l’unico autentico realismo è quello di chi vuole un’Europa all’altezza di queste sfide, non di chi non la vuole!
Sul piano interno penso alla difesa del modello sociale europeo e alla realizzazione di un autentico spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Come non vedere che si tratta di un completamento indispensabile per una cittadinanza europea che non si riconosce nella sola dimensione economica?
Sul piano esterno penso alle guerre, alla lotta al terrorismo internazionale, alle sfide globali dell’energia e del cambiamento climatico (idrogeno). Come negare che l’unico modo per far valere sulla scena internazionale le nostre scelte e i nostri valori sia quello di saper esprimere una politica estera degna di questo nome, comunicandola al mondo con una voce sola?
Per quanto riguarda poi la struttura dell’Unione europea, non crediate che sia una questione solo teorica. La complessità dell’Unione è tra le prime cause della distanza che la separa dai cittadini. Come non vedere allora i vantaggi di un superamento della struttura in pilastri, soprattutto in termini di chiarezza e comprensione da parte dei cittadini?
Su questi punti il trattato costituzionale de 2004 fornisce risposte convincenti. Vogliamo veramente sacrificarle in nome di un approccio al ribasso, di una corsa al minimo comun denominatore? Vogliamo davvero rischiare di aumentare la complessità del sistema rinunciando a incidere su di esso in profondità e limitandoci a qualche ritocco di superficie? Vogliamo davvero continuare ad avanzare “col volto mascherato”, per usare l’espressione di Delors, per il timore di mostrare l’Europa vera ai nostri cittadini?
E allora, care deputate e deputati, rappresentanti dei cittadini europei, cerchiamo di non assecondare la retorica negativa sull’Europa. Non continuiamo a nasconderla ai nostri concittadini.
Mostriamola invece questa Europa. Con orgoglio. Facciamo vedere a tutti cosa ha saputo darci in termini di pace e benessere, spieghiamo quanto è fondamentale per le nostre esistenze. Diciamo una volta per tutte ai nostri concittadini che in un mondo che è oramai sistema di continenti non ha senso per uno Stato e per i suoi cittadini vivere al di fuori di un aggregato politico ed economico forte al suo interno e autorevole all’esterno.
L’Italia dunque lavorerà in questo negoziato per giungere a un compromesso alto.
Sono convinto che ce la possiamo fare, che ce la dobbiamo fare tutti insieme.
Certo, se un’intesa a 27 dovesse rivelarsi impossibile, allora si porrebbe il problema di come procedere. E questo dilemma potrà essere risolto solo richiamando quel principio fondamentale di cui parlavo all’inizio del mio intervento: è l’etica stessa dell’Unione a imporre che nessuno comprima troppo e per troppo tempo le aspirazioni di altri.
Per questo l’Italia - Paese che da sempre crede profondamente all’Europa - ritiene di avere oggi un dovere in più. Quello di immaginare, o cominciare a immaginare, come permettere ai Paesi che lo desiderino di andare avanti davvero nella costruzione dell’unità dell’Europa.
Credo che non si debba necessariamente procedere tutti insieme, alla stessa velocità. Mi auguro e farò in modo che sia così. Ma mi rendo conto che non è sempre possibile. Già oggi d’altra parte alcune delle scelte politiche più significative dell’Europa, come l’Euro e la creazione dello spazio Schengen, sono state realizzate solo da alcuni stati membri. Non contro qualcuno; senza escludere gli altri; mantenendo anzi la porta aperta. Ed è stata una scelta rispettata da quanti a suo tempo non si sentirono ancora pronti per andare subito verso una certa direzione.
Ecco, io auspico che anche in futuro prevalga questo stesso approccio costruttivo. E che abbia la meglio su ogni tentazione di veto.
L’Italia ha sempre ritenuto, lo sapete, che essere europeisti fosse il miglior modo di essere lungimiranti.
Ma oggi lungimiranza non significa solo disegnare scenari ambiziosi per il futuro della costruzione europea. Significa anche porsi il problema di permettere ai popoli che lo desiderano di realizzare le loro ambizioni di unione nei tempi e nei modi a essi più congeniali.
Se nessuno si farà mai carico di ipotizzare anche una simile eventualità, rischiamo l’insabbiamento del progetto europeo, di frustrare gli ideali di quanti sin qui ci hanno creduto profondamente. Persino paesi come il mio, che per 50 anni hanno investito senza riserve nella costruzione europea, potrebbero alla fine esaurire la propria carica vitale.
Voglio quindi concludere con un doppio messaggio.
L’Italia darà il massimo appoggio alla Presidenza tedesca e poi a quella portoghese perché il Consiglio europeo del 21 e 22 giugno e la Conferenza intergovernativa che seguirà, siano un successo in cui tutti i Paesi membri possano riconoscersi.
Allo stesso tempo, l’Italia sa bene che un compromesso non è un fine in se stesso. E che se quindi un tale compromesso non dovesse convincerci, noi non lo sottoscriveremmo. Un’avanguardia di Paesi potrebbe a quel punto rivelarsi il modo migliore per proseguire il percorso verso una unione sempre più stretta, a condizione che sia sempre lasciata la porta aperta a chi volesse entrare a farne parte in un momento successivo.
Permettetemi infine di lanciare un appello forte ai parlamentari, ai rappresentanti diretti dei cittadini. Mi rivolgo soprattutto ai parlamentari europei che rappresentano il popolo europeo. Il vostro è un ruolo insostituibile per far comprendere ai cittadini qual è la posta in gioco.
Solo se al lavoro dei governi si affiancherà il vostro lavoro, potremo creare le condizioni per il successo del negoziato costituzionale.
Dobbiamo essere consapevoli che non possiamo fallire, pena il declino. Il declino di un’idea avanzata di Europa; di un’Europa che sa essere attore nel mondo grazie ai valori che ne costituiscono le fondamenta. Rischieremmo insomma di tornare ad essere la piccola appendice occidentale del continente asiatico cui ci condannerebbe non solo la geografia, ma anche la storia futura.
Vi ringrazio.
Romano Prodi
Strasburgo 22 maggio 2007
FA FEDE IL DISCORSO PRONUNCIATO