"In Libano resteremo anni"
L' Espresso
Gigi Riva
24 agosto 2006 - Non andremo in Libano a disarmare Hezbollah,
«ma a coadiuvare l'esercito libanese ad acquisire piena
sovranità nel sud», dice Massimo D'Alema per sgombrare
il campo da «analisi sbagliate» sul senso e lo scopo
della nostra missione. Quanto all'ala militare di Hezbollah,
l'unica prospettiva «realistica» è quella
dell'integrazione della milizia nelle forze armate libanesi.
Sarà un'operazione che richiederà «anni».
In questa intervista a “L'espresso” D'Alema parla
«da amico d'Israele» della guerra a suo avviso sbagliata
condotta dal governo Olmert. Individua nel problema palestinese
il vero nodo irrisolto da cui derivano i guai della regione.
Nota infine con soddisfazione che anche gli americani, a cominciare
da Condoleezza Rice, stanno avendo ripensamenti sulla dottrina
della guerra preventiva e dell'unilateralismo. Proprio il Libano
ha segnato una svolta, ha ridato centralità all'Onu e
ha trovato, a sorpresa, un nuovo protagonista: l'Europa. L'unità
dei Paesi del vecchio Continente è stata la chiave che
ha portato a trovare un consenso sulla risoluzione votata all'unanimità
al Consiglio di sicurezza.
D. Come spiega agli italiani che è giusto ritirarsi dall'Iraq
ed è giusto invece andare in Libano?
R. «Le differenze sono enormi. Il quadro è totalmente
diverso. Ci andiamo coi caschi blu, nel rispetto del mandato
costituzionale e per garantire la pace. La condizione della
pace è la presenza della forza dell'Onu. Più di
così…».
D. E tuttavia non vanno sottaciuti i pericoli.
R. «Ci sono dei pericoli. Ma è sbagliato dire che
i nostri soldati vanno lì a disarmare Hezbollah, che
ora è percepito in larghe fasce della popolazione libanese,
giusto o sbagliato che sia, come una sorta di forza di resistenza
nazionale dopo il disastroso errore politico rappresentato da
questa guerra. Il premier Fuad Siniora, un democratico sostenuto
dall'Occidente, si è trovato nella situazione di doverli
pubblicamente ringraziare per aver difeso la patria».
D. Chi disarma gli Hezbollah allora?
R. «L'unica prospettiva realistica è un accordo
tra forze politiche libanesi che probabilmente si risolverà
con l'integrazione di Hezbollah nella forza armata libanese
regolare. D'altra parte chi potrebbe mai fare azioni di forza
contro un movimento considerato da molti, in Libano, come patriottico?
Dunque la soluzione vera consiste nel ricondurre quella forza
militare sotto l'autorità di chi governa».
D. Lo sceicco Nasrallah si è già detto contrario
allo smantellamento del suo esercito.
R. «Questo è un punto cruciale per il governo del
Libano. Perché non c'è governo democratico senza
il monopolio della forza. Il premier Fuad Siniora mi sembra
determinato e deve avere il sostegno della comunità internazionale.
Il disarmo, oltretutto, è previsto da un accordo infralibanese.
Quindi noi andiamo lì ad aiutare il Libano a fare ciò
che aveva deciso di fare. Non è un'imposizione esterna».
D. L'integrazione di Hezbollah nell'esercito dovrà avvenire
prima dell'invio dei nostri soldati?
R. «Se così fosse, andremmo in Libano tra un paio
d'anni! E' certamente pregiudiziale che tacciano le armi, che
le milizie si ritirino dal Sud del Libano dove dovranno esserci
soltanto le armi dell'esercito libanese e dell'Unifil. Il processo
di liquidazione o riassorbimento della milizia avverrà
gradualmente. La forza internazionale darà un supporto
organizzativo, preparerà i libanesi, li aiuterà
ad avere forze armate efficaci».
D. Saremo in Medio Oriente tra una decina di giorni, secondo
un suo pronostico.
R. «Non ho mai detto questo. Ho sostenuto che siamo in
grado di dispiegarci in un tempo rapido dal momento in cui tutti
i passaggi politici internazionali e interni saranno completati.
La decisione la deve assumere anzitutto l'Onu che ora sta prendendo
nota delle disponibilità e pianificando l'operazione.
Ci troviamo dentro un contingente internazionale, non possiamo
certo andare da soli. E poi ci sono i nostri passaggi parlamentari».
D. A Ferragosto lei ha visto il presidente egiziano Mubarak
che sembra preoccupato del crescente peso nell'area dell'Iran
e della popolarità di organizzazioni terroristiche.
R. «Lo è, come tutti. E' un dato l'enorme crescita
di consenso verso Hezbollah per essere riuscito a non farsi
travolgere dalla forza militare d'Israele. Paradossalmente,
è apparso come l'alfiere della dignità del mondo
arabo».
D. Mondo arabo peraltro in preda a un conflitto per la supremazia
tra sunniti e sciiti.
R. «Penso al contrario che questa divisione stia abbastanza
perdendo di significato, a parte in Iraq dove si manifesta nel
rischio tragico di guerra civile. Nel corso delle ultime settimane
la popolarità dell'Iran è cresciuta anche in Paesi
a larga maggioranza sunnita».
D. Pensa che l'ordine di rapire i soldati israeliani, causa
scatenante della guerra, sia partito da Teheran?
R. «Nasrallah aveva annunciato da mesi l'intenzione di
rapire dei soldati per ottenere la liberazione di tre detenuti.
Ci avevano anzi già provato. Era un atto annunciato.
Poi, certo, mi sembra oltre ogni ragionevole dubbio che l'Iran
abbia finanziato e sostenuto Hezbollah. Ma le teorie per cui
si muovono i fili mi sembrano troppo complottarde».
D. Secondo una teoria lanciata da qualche giornale americano,
sarebbero stati gli Usa a spingere Israele alla guerra vista
come primo round del grande conflitto con l'Iran.
R. «Dubito che risponda al vero. Ho l'impressione che
gli israeliani non si facciano guidare da nessuno. Si appoggiano
agli americani, ma non si fanno guidare. Li guidano le preoccupazioni,
le angosce, il pubblico sentire di un Paese che si sente accerchiato».
D. Il 22 agosto è vicino: la comunità internazionale
si aspetta una risposta dall'Iran circa il nucleare.
R. «Io continuo a sperare che arrivi dall'Iran una risposta
ragionevole. Personalmente, non credo alla politica dell'isolamento
e delle sanzioni, non ha mai prodotto effetti positivi. Si deve
contare sulle forze della società iraniana che vogliono
evitare lo scontro. Abbiamo cercato di tenere aperto un canale
di dialogo senza rinunciare a una posizione di fermezza condivisa
da tutti: evitare che l'Iran si doti di armi nucleari. Spero
che, come per il Libano, anche questa questione si affronti
in sede Onu e d'altra parte il Consiglio di sicurezza ne è
già investito».
D. Torniamo al Libano. Basta la popolarità acquisita
per dire che Hezbollah ha vinto?
R. «C'è un risultato politico evidente. La stessa
opinione pubblica israeliana lo percepisce come tale. Questa
guerra è stata un errore. La prima reazione è
stata comprensibile, ma dopo alcuni giorni gli israeliani avrebbero
dovuto fermarsi così come gli avevamo chiesto di fare,
avendo ragione. In generale credo che si debba uscire dalla
discussione su chi sta con Israele e chi no: tutti stiamo con
Israele. Ciò che stiamo facendo è per la sicurezza
d'Israele. Ma subito si pone un problema: qual è la strategia
che meglio garantisce questa sicurezza? A mio avviso la ricerca
di una pace giusta coi vicini».
D. La storia ci dice qualcosa.
R. «Sì: che dalla pace giusta con Egitto e Giordania,
Israele ha ottenuto più sicurezza».
D. Ma la formula “territorio in cambio di pace”
non ha funzionato coi ritiri dal Libano nel 2000 e da Gaza nel
2005.
R. «Quei ritiri non sono stati negoziati con nessuno.
La logica dell'unilateralismo non paga. Al contrario il ritiro
da Gaza ha dato ai palestinesi la sensazione che Israele voglia
ritagliarsi i confini che vuole in Cisgiordania e non lasciare
alcun pezzo di Gerusalemme. Oltretutto gli estremisti hanno
potuto dire: vedete? Abbiamo messo le bombe e se ne sono andati
da Gaza, mentre i moderati non hanno potuto dire: abbiamo negoziato
e se ne sono andati».
D. A Gaza lei ha detto di volere i caschi blu.
R. «In prospettiva sarei favorevole. Anche Mubarak pensa
a una risoluzione Onu che ponga fine al conflitto a Gaza. Ma
adesso dobbiamo procedere per gradi. Se le cose funzioneranno
in Libano, gli israeliani potrebbero comprendere che anche altrove
una presenza della comunità internazionale è un
fattore di garanzia per loro».
D. Perché Israele oggi accetta una forza Onu quando non
l'aveva mai fatto?
R. «Capiscono che il tema della sicurezza non può
essere affidato esclusivamente alla loro forza militare, ma
anche a una responsabilità della comunità internazionale.
Cominciano a comprendere il rischio che il conflitto cambi natura.
Non più un conflitto coi soli palestinesi che tutto sommato
Israele avrebbe potuto regolare con la sua forza preponderante,
ma un conflitto che travalica addirittura i confini del mondo
arabo. E Israele diventerebbe una sorta di avamposto dello scontro
di civiltà con l'Islam. Un pericolo per il quale non
esiste soluzione militare».
D. Le si può obiettare che la percezione cambia se davanti
c'è qualcuno che vuole distruggerti.
R. «È vero il contrario. È proprio l'esistenza
di un partito di questo tipo che dovrebbe consigliare di rivolgersi
alla comunità internazionale. Noi non abbiamo interessi
strategici in Libano. Se mandiamo i nostri soldati laggiù
è per garantire Israele. E Israele ci dovrebbe essere
grato e dovrebbe ragionare con noi su quale sia il modo migliore
per affrontare questi pericoli. Oggi ci occupiamo di Libano,
ma il cuore, la madre di tutte le guerre resta quella coi palestinesi.
L'errore americano è stato quello di pensare che fosse
l'Iraq la leva per la soluzione dei guai dell'area e invece
la leva è la questione palestinese».
D. Che è tra l'altro una rivendicazione nazionale, dunque
contenibile in certi confini.
R. «Però è diventata il pretesto, o la ragione,
che alimenta il fondamentalismo e il senso di frustrazione e
di ingiustizia subita. Ed è vissuto come tale da enormi
masse di persone in tutto il mondo arabo».
D. Invece si è preferito far guerra all'Iraq.
R. «Adesso non possiamo accontentarci di dire: avevamo
ragione su quella guerra. Dobbiamo cercare di uscire dalle difficoltà
mettendo in campo una strategia nuova i cui capisaldi sono:
presenza dell'Onu e fine dell'unilateralismo; unità dell'Europa
che si è manifestata in modo efficace in questa crisi
ed è stata una novità vera; rapporto con le componenti
democratiche del mondo arabo che significa Siniora, Abu Mazen,
Mubarak. Se vogliamo sostenerli dovremo sentirne le ragioni».
D. Perché è stato possibile il ritorno in scena
dell'Onu?
R. «Perché gli americani hanno cominciato a rendersi
conto che la loro politica nel Medio Oriente non ha prodotto
i risultati attesi. Da questo punto di vista ho trovato un'interlocuzione
interessante col segretario di Stato, Condoleezza Rice, perché
lei è probabilmente la persona dell'amministrazione più
consapevole della necessità di un rapporto diverso con
l'Onu. Questo è stato il fondamento di una collaborazione
inattesa da parte di chi pensava che un governo di centrosinistra
avrebbe lacerato i buoni rapporti con gli Usa».
D. La cartina di tornasole è stata la Conferenza di Roma?
R. «Non solo. La recente telefonata di Bush con Prodi,
il rapporto di lavoro continuativo con la Rice. Quanto alla
Conferenza di Roma vorrei far notare che quel documento considerato
“deludente” è esattamente la traccia della
risoluzione adottata dall'Onu».
D. Ministro, la destra le rimprovera di essersi allontanato
dalle posizioni filoisraeliane. L'accusano per quella frase
“reazione sproporzionata”.
R. «Era scritta nei documenti europei, non è un'invenzione
strana di quell'antisemita di D'Alema. Avevo avvertito gli israeliani
che con la guerra avrebbero dato più forza agli estremisti
arabi. Avevo ragione, purtroppo. Sono finiti in una trappola
e non ne avevano valutato le conseguenze neppure sotto il profilo
delle capacità militari effettive contro un nemico sfuggente
e irregolare».
D. Il cuore della questione, lei dice, sta nella soluzione del
problema palestinese. Ma non si vedono interlocutori adeguati.
R. «La pace si fa con chi c'è. Il governo Olmert
è nato per fare la pace, dobbiamo avere fiducia che rispetterà
l'impegno, dobbiamo incoraggiarlo e sostenerlo. Ha avuto un
esordio infelice ma spero ritrovi la sua vocazione più
autentica».
D. Anche il governo Olmert sembra privilegiare la sicurezza
alla pace.
R. «Questa ossessione della sicurezza ha un fondamento.
Ma Israele deve riscoprire il nesso tra sicurezza e pace che
Rabin aveva capito perfettamente. Hanno sempre pensato che la
sicurezza è la premessa della pace, mentre sono due facce
della stessa medaglia».
D. Quale lezione si può trarre dalla guerra appena conclusa?
R. «Di fronte a una guerriglia motivata dal fanatismo
religioso nessun esercito può spuntarla. Il terrorismo
che scaturisce dal fanatismo religioso non si sconfigge con
le guerre, ma con la politica, la cultura, l'economia. Processi
lunghi, insomma».
D. Se Hezbollah ha vinto come immagine, significa Israele ha
perso?
R. «Si è trovato di fronte a un fenomeno che non
si risolve con la forza dell'esercito. Potrebbe essere un'esperienza
utile a Israele per capire che è finita una fase e per
incamminarsi su una strada più efficace proprio ai fini
della sua sicurezza».
D. Anche il Libano ha comunque perso.
R. «Ha subito enormi distruzioni. Ma è stato invaso
sei volte e una certa esperienza di ricostruzione ce l'ha».
D. Chi ha vinto allora?
R. «Come spesso accade in guerra hanno perso tutti. Si
vince quando si esce dal conflitto. Ha vinto l'Onu che ha posto
fine alla guerra».