Il Presidente del Comitato Agricoltura del WTO ha da poco presentato
il documento negoziale in vista della conferenza ministeriale
del 29 giugno.
Un appuntamento molto atteso perchè da esso dipende
la possibilità di un concreto rilancio del processo negoziale.
Al contrario potrebbe divenire un duro colpo non solo per l'esito
del negoziato ma anche per la stessa credibilità ed efficacia
complessiva del WTO. E l'Italia, in questo frangente può
svolgere un ruolo importante.
Il documento negoziale agricolo è un testo corposo,
di oltre 80 pagine e, dalle prime valutazioni, non emergono
segnali concreti del riconoscimento delle posizioni e richieste
europee, nonostante il fatto che da ottobre 2005 ad oggi le
concessioni fatte dall'UE sono state notevoli e, purtroppo,
unilaterali. In particolare, in tema di sussidi all'export,
dopo avere accettato l'eliminazione degli aiuti nel 2013, siamo
ancora sulla difensiva per evitare una implementazione squilibrata
ed una riduzione non solo in termini di valore ma anche di quantità.
Senza entrare troppo nei dettagli, non v'e' dubbio che l'Unione
Europea esca debole da questa fase dei lavori e inevitabilmente
assisteremo dalle prossime ore ad un nuovo protagonismo degli
stati membri. Ma a questo punto si apre un bivio.
Se le posizioni rimarranno immutate si andrà incontro
ad un nulla di fatto, quindi un fallimento. Con problemi che
non riguardano solo l'UE.
Problemi per gli Usa, che riflettono la ferma posizione del
Congresso e la forte opposizione della lobby agricola interna.
Ma allo stesso tempo gli Stati Uniti si avviano alle elezioni
legislative del prossimo novembre e non possono non tener conto
del fatto che proprio quest'anno per la prima volta hanno chiuso
in passivo la bilancia commerciale. Problemi anche per i G20,
a partire dal capofila Brasile che ad ottobre avrà le
elezioni presidenziali e per questo motivo farà difficilmente
passi che possano determinare perdite di consenso.
In ultimo, ma non meno importante, vi è la stessa Wto.
Che troverà conferma del suo ruolo solo se porterà
a risultati, anche se minimi, già alla prossima ministeriale.
Da qui la convinzione che nei prossimi giorni ci saranno spinte
e interessi convergenti per la ricerca di un compromesso negoziale
che, seppur minimo, permetta di affermare che sono stati compiuti
passi in avanti. Ma la posizione è di stallo ed in relazione
alle complesse regole negoziali, l'Italia potrebbe svolgere
il ruolo di ago della bilancia.
E qui si pone la questione. Occorre chiedersi quale sia l'interesse
economico e di sviluppo del nostro Paese rispetto alla posizione
da assumere per il dossier agricolo: pro o contro un accordo
minimo.
Se valutiamo la situazione guardando le imprese e i bisogni
dell'economia prima di immergersi nei testi giuridici, i dati
parlano chiaro. Occorre giocare all'attacco.
Giocare un ruolo passivo, teso a mantenere lo status quo, nel
quale - in termini relativi agli altri Paesi UE - godiamo in
misura minore degli strumenti protettivi e veniamo penalizzati
molto di più in termini di mancata opportunità
di crescita del nostro export, è la scelta sbagliata.
Sia in termini tattici che strategici.
Bisogna provare a spingere almeno per un accordo minimo, vincolando
però la posizione italiana all'inserimento dei temi per
noi prioritari della tutela internazionale delle Indicazione
Geografiche (DOP e IGP). Tutto ciò deve avvenire condizionando
con fermezza la nostra posizione al definitivo rifiuto di concessione
unilaterale e all'ottenimento di precise contropartite e passi
in avanti anche da parte di Usa e G20.