Caro Bush, l'Italia è cambiata
l'Unità
Umberto De Giovannangeli
21 maggio 2006 - Le priorità nella sua agenda ministeriale.
I nodi cruciali del rapporto con Israele e del ritiro del contingente
italiano dall'Iraq. La ricostruzione della «vicenda Quirinale».
Le aperture a Gianfranco Fini. E' un Massimo D'Alema davvero
a tutto campo quello che per oltre un'ora e mezzo accetta di
discutere con l'Unità, sollecitato anche dal direttore
del giornale Antonio Padellaro, delle questioni più spinose
che investono il suo duplice ruolo di ministro degli Esteri
e vice premier.
D. Signor ministro, come ci si sente a vestire i panni del «nemico
di Israele»?
R. «Questi panni non li ho mai vestiti e non intendo farmeli
cucire addosso da nessuno. E' una raffigurazione grottesca e
credo che questo nasca più dall'intolleranza di qualche
singola personalità italiana che non da un reale atteggiamento
israeliano, dell'opinione pubblica e delle leadership israeliane.
lo ho avuto sempre un dialogo aperto, molto intenso con Israele,
con le classi dirigenti, intellettuali, politici israeliani.
Naturalmente è un dialogo nel quale si manifestano diverse
opinioni, anche perché, fortunatamente, innanzitutto
ci sono diverse opinioni tra gli israeliani, essendo un Paese
democratico. Rispetto alle critiche che a me è capitato
qualche volta di rivolgere ai governi di Israele, ho sempre
trovato che in Israele c'erano degli israeliani molto più
critici e severi di me. Spero davvero che si possa voltare pagina».
D. Chi si sta attivando per costruire l'immagine di D'Alema
«nemico di Israele»?
R. Ci sono certi ambienti politici e intellettuali che hanno
molto puntato in questi anni su una specie di asse privilegiato
nei rapporti tra lsraele, comunità ebraiche e centrodestra
in Italia. Secondo me anche con uno snaturamemento della tradizionale
collocazione del mondo ebraico italiano. Si è montata
una campagna sull'antisemitismo della sinistra che, a mio avviso,
non ha fondamento. Certo, vi sono delle frange estremiste che
sconfinano in forme deplorevoli e intollerabili di antisemitismo,
nel senso di negazione dello Stato d'Israele a esistere, ma
presentare la sinistra italiana come una sinistra antisemita
mi pare sinceramente una caricatura grottesca. Sgombrerei il
campo da queste forzature, per concentrarci sulla complessa
e drammatica situazione di stallo che c'è in Medio Oriente:
una situazione che va affrontata con fermezza e intelligenza».
D. Su quali base intende esercitare questa linea di «intelligente
fermezza»?
R. «E' evidente, da una parte, che l'Italia non intende
minimamente rompere quella coerenza, quella collocazione unanime
dell'Europa che tende a isolare Hamas. Noi non riteniamo che
possa essere interlocutore di un processo di pace un governo
che nega il diritto all'esistenza di Israele. Questo è
un punto essenziale. Tutti ricordano bene che la svolta, con
l'avvio di un negoziato di pace, avvenne quando Arafat introdusse,
coraggiosamente, questa straordinaria novità nella vita
dell'Olp, e cioè il riconoscimento del diritto all'esistenza
di Israele. Una leadership palestinese che torna indietro su
questo punto, è una regressione inaccettabile. Il fatto
poi che questo avvenga in un quadro internazionale reso ancor
più inquietante dalla sponda che il radicalismo islamico
può godere in determinati regimi all'interno del mondo
musulmano, penso alle posizioni estremistiche più volte
reiterate dal presidente iraniano Ahmadinejad, tutto questo
è estremamente preoccupante e richiede una fermezza.
Certamente non romperemo la unanimità della posizione
europea di fermezza nei confronti di Hamas, nel senso che la
richiesta del riconoscimento pieno del diritto di Israele ad
esistere entro confini sicuri, è condizione perché
si possa giungere ad un accordo di pace. Nello stesso tempo,
esiste però un problema molto serio relativo alle condizioni
di vita dei palestinesi, e non mi sembrerebbe giusto, anche
proprio come messaggio, far pagare ai palestinesi il risultato
elettorale».
D. Una considerazione molto impegnativa.
R. «La Comunità internazionale ha molto premuto
perché si facessero subito le elezioni, quando invece
il presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) aveva molti dubbi su
questo, dobbiamo ammettere con onestà che aveva ragione
lui. Un certo "fondamentalismo democratico", con l'idea
che le elezioni sono la democrazia, senza che questo abbia una
adeguata preparazione, è stata una concausa della situazione
attuale. Qui c'e una corresponsabilità e d'altro canto
che messaggio noi rivolgiamo al mondo islamico, incalzandoli
perché ci sia la democrazia e poi punendoli per i risultati
elettorali? Noi siamo favorevoli a quelle soluzioni, che in
parte sono state trovate, perché attraverso organizzazioni
non governative o rafforzando il ruolo del presidente dell'Anp,
in qualche modo by passando il governo di Hamas, vi sia un aiuto
alle popolazioni civili palestinesi. Non sarebbe accettabile
per la Comunità internazionale ma neanche conveniente
per Israele che ci fosse un collasso umanitario nei Territori.
Su questo, nell'incontro avuto qualche settimana fa a Roma con
il ministro degli Esteri israeliano, la signora Livni, abbiamo
incontrato una sensibilità circa la necessità
che non cessi un aiuto umanitario alla popolazione palestinese.
Poi c'e un altro punto delicato che secondo me l'Europa deve
discutere con Israele: e cioè, posto che la situazione
attuale è una situazione di stallo, e non sappiano quando
e se questa situazione potrà sbloccarsi, a fronte anche
del rischio di un precipitare dello scontro interno al campo
palestinese, a me sembrerebbe sbagliato che in modo unilaterale
Israele compisse gesti, per quanto attiene ai confini, alla
ripartizione territoriale, in contrasto con le risoluzioni delle
Nazioni Unite e tali da pregiudicare poi una soluzione negoziale.
Questa riflessione non è affatto ostile a Israele, e
nello stesso tempo dobbiamo lavorare molto perché vada
avanti il processo di normalizzazione nei rapporti tra Israele
e l'insieme del mondo arabo, per isolare in esso le posizioni
più estremistiche. Questo sarà il nostro impegno.
lo credo sinceramente una cosa: che se ci liberiamo da pregiudizi
o da una eccessiva ideologizzazione della politica estera, ho
l'impressione che un governo italiano in grado di riaprire un
dialogo con il mondo arabo, come può essere un governo
di centro-sinistra, e anche con una capacità notevole
di interlocuzione, può essere utile per Israele».
D. L'altro terreno minato nel tormentato Medio Oriente è
quello iracheno e l'annuncio ripetuto da Prodi di lasciare quel
teatro di guerra nei tempi dovuti. Questa decisione non rischia
di incrinare i rapporti tra l'Italia e gli Stati Uniti?
R. «Ho visto il modo come i principali giornali americani
hanno riferito del discorso di Prodi. Si metteva l'accento su
ciò che Prodi ha detto circa il fatto che la guerra in
Iraq è stata un grave errore. D'altro canto questa posizione
non è nuova e non è isolata in Europa e neppure
negli Stati Uniti. La nostra amicizia con gli Stati Uniti non
può ovviamente rimuovere la consapevolezza che su questo
c'è un dissenso con l'Amministrazione Bush, peraltro
è un dissenso che attraversa anche la società
americana. Nello stesso articolo del New York Times però
si sottolineava anche che dal punto di vista sostanziale non
c'è una grande differenza tra ciò che Prodi ha
annunciato e ciò che già lo stesso governo Berlusconi
aveva annunciato. Naturalmente, da una parte, noi guardiamo
con speranza e intendiamo concretamente aiutare il processo
di consolidamento democratico e di pacificazione in Iraq. Oggi
(ieri, ndr) il Parlamento iracheno ha approvato una lista di
ministri, vi sono ancora alcuni problemi irrisolti, tuttavia
si tratta di un passo importante. Questo governo sarà
il nostro principale interlocutore. Il sostegno politico dell'Italia
non verrà meno, ma noi intendiamo convertire la nostra
presenza in Iraq da una presenza di tipo militare a un sostegno
civile. Nei prossimi giorni cominceremo a studiare meglio un
piano anche con una previsione di tempi e modalità. Rispetteremo
i nostri impegni, noi non fuggiremo da Nassiriya ma vogliamo
convertire il nostro impegno in una presenza civile, sulla sia
di quella che è la migliore tradizione dell'Italia».
D. Il rapporto di amicizia tra Italia e Usa non viene in nessun
modo violato, ma è evidente che c'è un passaggio
di non poca rilevanza. Lei pensa che l'Amministrazione Usa,
abbia compreso che non potrà essere la stessa politica?
R. «Io penso di sì. Oggi (ieri, ndr) ho ricevuto
la telefonata del segretario di Stato Condoleezza Rice. Considero
il fatto che abbia voluto telefonarmi un gesto davvero apprezzabile
che testimonia l'amicizia verso il nostro Paese. E' stato un
colloquio estremamente cordiale in cui abbiamo confermato la
stima e l'amicizia reciproca. Spero al più presto di
poterla incontrare a Washington, per affrontare insieme tutte
le questioni di interesse comune. Tuttavia è del tutto
evidente che il governo degli Stati Uniti è ben consapevole
di cosa sia successo in Italia. D'altro canto, non è
la prima volta che gli Stati Uniti si trovano di fronte ad un
governo di centrosinistra in Italia e, in generale, nel mondo.
E' evidente che loro sanno che su certi aspetti non esiste quel
tipo di atteggiamento che hanno avuto dal governo Berlusconi.
Non ho il minimo dubbio che il governo americano avrà
la flessibilità necessaria per capire queste differenze…».
D. Su quali temi, per usare un gergo diplomatico, si dovrà
parlare con «franchezza» tra Roma e Washington?
R. «La questione più delicata sarà, è
inutile nasconderlo, quella dell'Iraq, perché c'è
una opinione diversa di fondo. Noi abbiamo dissentito con l'iniziativa
della guerra. Poi dovremmo esaminare altri punti delicati…».
D. Quali in particolare?
R. «Penso al dossier iraniano. Non credo che debba essere
un punto di dissenso tra noi e l'Amministrazione Usa. Siamo
tutti impegnati perché si trovi una soluzione politico-diplomatica
che scongiuri il rischio di una proliferazione nucleare: questo
vale per l'Iran, ma anche per altri Paesi, ad esempio la Corea
del Nord. Più in generale, ritengo che si debba rilanciare
una politica di disarmo nucleare, il che comporta anche una
riflessione da parte delle grandi potenze, a cominciare dagli
Stati Uniti».
D. Quali sono gli altri punti fondamentali nell'agenda del ministro
degli Esteri, quelli segnati con la matita rossa?
R. «Innanzitutto, per importanza e scadenze ravvicinate,
c'è il dossier Europa, nel senso di come rilanciare il
processo di integrazione europea. Noi non consideriamo affatto
caduto il tema della Costituzione europea; da questo punto di
vista è chiaro che un rilancio del processo di ratifica
del Trattato costituzionale, e su quali basi sarà possibile,
é cosa proiettata all'indomani delle elezioni francesi.
E' evidente che noi non possiamo pensare che la ratifica avvenga
nel testo attuale. Bisogna orientarsi probabilmente ad un testo
più snello di principi e di regole su cui si possa rimettere
in movimento il processo di ratifica. Ritengo peraltro che il
prossimo Consiglio Europeo oltre a ragionare sul come riprendere
il tema costituzionale, avvii concretamente forme di cooperazione:
sulla politica energetica, ad esempio, ma anche sulla difesa
comune e sul rafforzamento di una politica estera condivisa.
Io credo che si risponde a questa crisi del processo di integrazione,
non abbandonando certamente il tema delle istituzioni ma avanzando
allo stesso tempo su alcuni nodi concreti su cui dare importanti
segnali di ripartenza. Uno dei quali può essere, a mio
avviso, quello dell'integrazione europea».
D. Nell'ambito dell'integrazione europea, quale è lo
snodo cruciale per l'Italia?
R. « Quello dell'integrazione dei Balcani. Sono convinto
che la grande sfida dei prossimi anni sia quella di completare
l'unificazione dell'Europa, includendo i Balcani nell'Unione
Europea: ed è questa una sfida cruciale per l'Italia.
Bisogna avere un programma di progressiva integrazione nella
Ue di un pezzo d'Europa che, nel cuore non solo geografico del
vecchio Continente, è stato sconvolto da una tragica
guerra civile durata per oltre quindici anni, le cui ferite
non sono ancora del tutto rimarginate. Io credo che il processo
di riassetto e di pacificazione dei Balcani si completa con
l'integrazione nell'Unione Europea. La stabilizzazione di questa
parte dell'Europa è un interesse vitale per il nostro
Paese, come lo è il rilancio dell'impegno italiano della
cooperazione internazionale. La cooperazione deve tornare ad
essere una grande leva della politica estera italiana».
D. Dal mondo alla politica italiana. Cosa ne resta della ipotesi
da lei avanzata di una presidenza Fini della Commissione Esteri
della Camera. Ipotesi tramontata o laboratorio per sperimentare
una politica estera condivisa?
R. «Anche se su certi temi vi sono approcci diversi e
anche dissensi, il quadro delle grandi scelte strategiche in
politica estera è comune e quindi resto convinto che
su questo terreno possiamo ricercare un confronto civile che
possa dare forma a un"bipolarismo civile" sulla politica
estera. Più in generale, io ho auspicato fin dall'inizio
una comune responsabilità per quanto attiene il funzionamento
delle istituzioni. Ciò è stato il mio auspicio
fin dall'inizio, ma è stato impossibile praticarlo anche
perché in un quadro in cui l'opposizione contesta perfino
i risultati elettorali è molto difficile avere comuni
assunzioni di responsabilità. Nonostante tutto, io continuo
a sperare che maturino le condizioni per una comune assunzione
di responsabilità. In questo quadro, per esempio, un
accordo per le Commissioni parlamentari, con l'assegnazione
alle opposizioni delle Commissioni di garanzia ma anche di Commissioni
che, per le materie che affrontano non sono cosi consostanziali
all'azione di Governo - ciò esclude Bilancio e Affari
Costituzionali, che sono due snodi cruciali nell'azione di governo,
ma non la Commissione Esteri o diverse Commissioni bicamerali
-, se potesse determinarsi sarebbe unfatto positivo. Ma per
fare un accordo bisogna abbandonare i toni demagogici…».
D. Ogni riferimento a Silvio Berlusconi non è affatto
casuale?
R. «Berlusconi continua a soffiare sul fuoco con affermazioni
sconcertanti. Ho trovato particolarmente volgare l'attacco ai
senatori a vita; un attacco del tutto strumentale, non solo
perché nel passato votarono a favore di Berlusconi e
lui non lo considerò immorale, il che significa che ha
una moralità molto flessibile, la moralità delle
convenienze più che dei principi; non solo il loro diritto
a votare è incontestabile sotto ogni profilo, ma oltretutto
l'atteggiamento scomposto di Berlusconi e di buona parte del
centrodestra è ingiustificabile perchè il voto
dei sette senatori a vita non è stato affatto determinante.
a meno che non si pretendesse che votassero contro. Oltretutto
questa aggressione a personalità come sono i sette senatori
a vita, ex capi di Stato e personalità che certamente
non possono essere considerate dì sinistra come Pininfarina
e Andreotti, è un qualcosa di particolarmente incivile.
I fischi a Ciampi sono una vergogna per chi fischia. C'e da
sperare che nel centrodestra prevalgano le posizioni più
ragionevoli, che pure ci sono, e che trascorso questo clima
elettorale le cose possano cambiare, anche se temo che fino
al referendum sulla Costituzione avremmo un crescendo di aggressività».
D. Cosa c'è alla base di questa aggressività?
R. «Una mancanza di strategia. Dalla sconfitta elettorale
ad oggi, il centrodestra è più impegnato ciecamente
nel tentativo di ottenere una rivincita a breve che non in una
riflessione su come organizzare una propria prospettiva di medio-lungo
termine. In questo senso, una nostra vittoria al referendum
non è importante soltanto per evitare un pessimo stravolgimento
della Costituzione ma anche perchè chiude un ciclo e
io spero che consegni anche alla destra il compito di tornare
a riflettere un po' sulle prospettive del centrodestra più
che inseguire ossessivamente la rivincita. Il punto centrale
della prospettiva politica sarà quello della nascita
parallela di due grandi forze in grado di incardinare il bipolarismo
italiano e di superare quella frammentazione del sistema politico,
quella litigiosità, quell'eccessivo multipolarismo di
cui noi stessi abbiamo sofferto, perchè questo avvio
faticoso, questo negoziato difficile, anche se per la verità
le cose si sono svolte in una tempistica record. Nessuno lo
ha sottolineato ma in realtà noi abbiamo formato il governo,
considerando che prima abbiamo anche eletto il capo dello Stato,
nel tempo più rapido della storia repubblicana. Non era
mai accaduto che un governo si formasse dopo poche ore dall'incarico.
Il record precedente era mio: la formazione del governo D'Alema,
quel record è stato battuto. Ciò non toglie che
avremmo voluto un governo più snello, ma è stato
poi impossibile non tener conto di tutte le ragioni, cosi come
avremmo voluto più donne nell' esecutivo. E chiaro che
non siamo soddisfatti al 100% ed è evidente che si riflette
una difficoltà di sistema; difficoltà resa ancor
più accentuata da una legge elettorale devastante. Trovo
che la destra non ha titolo. Non solo perchè tutti questi
difetti nel loro caso si sono presentati in una forma accentuata
di lottizzazione, di occupazione di ministeri, di scarsità
di presenza femminile…Paragonati a loro, i nostri punti
deboli diventano punti di forza. Non hanno titolo per criticare,
anche perché loro sono gli autori di una legge elettorale
che ha reso tutto più difficile. Qui davvero abbiamo
avuto la prova provata di quale disastro hanno combinato. Questa
legge elettorale è un vero e proprio disastro perchè
spezzetta il Paese e in più altro che proporzionale,
questa legge nefasta trasforma le elezioni in una ordalìa.
E' bello dire chi ha un voto più governa, ma siccome
già con 25mila siamo andati sull'orlo di uno scontro
frontale, figuriamoci cosa sarebbe successo se una coalizione
avesse avuto un solo voto in più. Il fatto che questi
signori dopo aver combinato un tale disastro siano montati in
cattedra per lamentarne le conseguenze io lo trovo sinceramente
una prova di mancanza di decoro. Ma sopra ogni altra, c'è
una considerazione da fare…».
D. La vedo preoccupato...
R.«E ce n'è ben donde. Come non esserlo di fronte
al compito immane che ci aspetta di governare il Paese. La prima
sensazione è che questa attività, cioè
governare il Paese, fosse sospesa da parecchio tempo.Avendo
rimesso piede dentro le "stanze dei bottoni" dopo
parecchi anni la sensazione che l'attività del governare
fosse sospesa da parecchio tempo si è fatta ancora più
acuta. Riattivare il governo del Paese sarà un compito
immane: occorrerà rirnotivare le strutture che sono impoverite,
sfibrate, e nello stesso tempo bisognerà cercare di fare
quelle riforme indispensabili perchè il sistema funzioni
meglio. E' una grandissima sfida».
D. Lei è stato nell'ultimo mese, volente o nolente, protagonista
della scena politica:presidenza della Camera, presidenza della
Repubblica, ed oggi il ruolo di vicepremier, assieme a Francesco
Rutelli, e ministro degli Esteri. Cos'è: un punto di
equilibrio o è la soluzione più giusta che in
questo quadro si poteva dare?
R. «Le cose sono andate come sono andate ma non era il
nostro progetto. Io avevo accettato di buon grado l'ipotesi
che era stata formulata da Piero Fassino che io assumessi la
presidenza della Camera. Si era pensato per me un ruolo istituzionale,
che lui potesse assumere un ruolo di primo piano nel governo
e che invece per il partito si aprisse un processo di rinnovamento.
Non credo che sia un mistero per nessuno che avevamo un piano
diverso. Poi naturalmente siccome noi siamo una parte e non
siamo il tutto, e siamo anche, vorrei dire, una parte responsabile
e qualche volta la più responsabile, abbiamo dovuto fare
i conti con un processo politico concreto assumendo le scelte
che erano necessarie per garantire la coesione della maggioranza.
Non potevamo permetterci di fronte al Paese un braccio di ferro
con Rifondazione Comunista sulla presidenza della Camera. Io
considero questo l'evento essenziale. Quello che è successo
dopo è avvenuto un po' per caso. Noi siamo arrivati alle
elezioni del Presidente della Repubblica in un quadro di lacerazione
con il centrodestra. In questo quadro si è fatta una
consultazione dei partiti del centrosinistra. Questa è
la verità che va ricostruita:la consultazione che è
stata fatta ha dato il risultato che il candidato sul quale
c'era la più ampia convergenza era il sottoscritto. Io
non mi sono candidato a niente. E' stato Dario Franceschini
a comunicarmi il risultato di quelle consultazioni, alcuni hanno
dei dubbi, mi disse, ma la massima convergenza è sul
tuo nome. Noi allora abbiamo detto: benissimo, ora questo dato
accantoniamolo e vediamo se è possibile trovare una intesa.
Quando c'è stata da parte del centrodestra l'iniziativa
di Gianni Letta, Fini e Casini di chiedere al centrosinistra
una candidatura dal profilo politicamente meno marcato della
mia, chiedendoci di proporre una soluzione che avesse una carattere
più istituzionale, noi abbiamo ritenuto, io per primo,
che si dovesse accettare questa richiesta. Fra l'altro il centro
destra fino a qual momento aveva dichiarato che loro non avrebbero
mai votato alcun candidato del centrosinistra, e quindi quella
richiesta configurava una iniziativa che noi abbiamo deciso
per senso di responsabilità di non lasciar cadere. Malgrado
sia risultato che il centrodestra non era in condizione di mantenere
questo impegno, a quel momento noi abbiamo valutato che comunque
la candidatura di Napolitano, da loro evocata, era quella che
si doveva mantenere. Perché siamo un partito serio. Ma
poi anche perché candidando Napolitano loro hanno dovuto
scusarsi di non averlo votato, candidando D'Alema si sarebbero
ricompattati e ci avrebbero accusato di intollerabile prepotenza.
Era evidente a quel punto che la candidatura di Napolitano era
quella che più rispondeva al profilo di un possibile
capo dello Stato. La mia candidatura poteva assumere un profilo
istituzionale solo se avesse avuto una ampiezza di consensi
che la qualificava in questo senso; parlo di consensi espliciti,
non di consensi sottobanco: non si elegge il capo dello Stato
con i consensi sottobanco. Invece la candidatura di Napolitano
aveva la forza di essere istituzionale di per sé, perfino
a prescindere dall'ampiezza pur auspicabile dei consensi».
D. Nulla da rimproverarsi dunque?
R. « Noi abbiamo fatto delle scelte del tutto ragionevoli.
Dopo di che, nel nuovo scenario, Fassino ha valutato con un
gesto che porta anche il segno della sua forte personalità
e di una visione generosa, che sarebbe stato sbagliato che ci
affollassimo tutti e due al governo. D'altro canto, il risultato
elettorale ci consegna non solo il compito di governare ma anche
il compito di costruire il Partito democratico, e quindi D'Alema
va al governo e Fassino si impegna non solo a far vivere il
maggior partito del centro sinistra ma anche a far crescere
il Partito democratico. Noi abbiamo avuto già nel passato
un dibattito sui limiti di un riformismo dall'alto che se non
ha la forza di un movimento politico di cambiamento del Paese
rischia di non attenere i suoi risultati e soprattutto di non
essere accompagnato dal consenso necessario. Il nostro piano
era diverso ma ci siamo trovati a fronteggiare queste situazioni
e lo abbiamo fatto via via compiendo le scelte giuste».
D. Rispetto alla prospettiva del Partito democratico il modo
in cui si è formato il governo, la sua composizione possono
rappresentare una garanzia positiva o il governo, come qualcuno
sostiene, può rivelarsi un ostacolo?
R. «Il nostro impegno è che il governo non crei
alcun problema. Un impegno che deve partire da chi nell'esecutivo
ha maggiori responsabilità. All'Unità rivelo un
retroscena, vero. A Rutelli ho detto:Francesco, i titoli “Braccio
di ferro tra D'Alema e Rutelli”, “Scontro tra D'Alema
e Rutelli”, “Lite tra D'Alema e Rutelli”,
questi titoli sono già composti nelle redazioni dei giornali,
aspettano solo di riempire gli “occhielli”. Il nostro
principale impegno è che quei titoli non vengano mai
pubblicati. Perché è del tutto evidente che il
tormentone D'Alema contro Rutelli e viceversa, è il tormentone
atteso. Anche per questo io non volevo i vicepremier, perché
era il modo di prevenire radicalmente questo rischio. Si è
preferito altrimenti, lo abbiamo accettato e ci siamo adeguati.
Ora però sono sicuro che riusciremo a lavorare bene insieme».