La Repubblica 3 novembre 2006
"L'Europa rifiuti lo scontro il dialogo è con tutto
l'Islam" – di Andrea Bonanni
D. Ministro D'Alema, gli spari davanti al consolato italiano
di Istanbul non sono un bel segnale per la vostra politica di
apertura alla Turchia.
R. "Siamo in contatto con le Autorità turche e auspichiamo
che vengano chiarite quanto prima tutte le circostanze. Al punto
in cui siamo ogni conclusione mi sembrerebbe affrettata. Certo
il clima di tensione in tutto il mondo islamico è un
fatto che non possiamo sottovalutare e che dobbiamo lavorare
a stemperare".
D. Anche il mancato incontro tra il premier turco Erdogan e
il Papa durante l'imminente visita di Ratzinger in Turchia è
un sintomo di questa tensione?
R. Premetto che la visita del Papa in Turchia mi sembra un segnale
forte di attenzione verso un grande Paese dove la presenza islamica
è in crescita. E' un gesto che va nella direzione del
dialogo tra le civiltà e non possiamo che esprimere tutto
il nostro apprezzamento. Il governo turco ha gia rese note le
ragioni che non consentono in questa particolare occasione un
incontro di Benedetto XVl con il premier Erdogan e pertanto
non ho commenti da fare al riguardo".
D. Però l'Italia continua sulla linea filo-turca che
era un cavallo di battaglia del governo Berlusconi. Non le sembra
il caso di correggere un po' la rotta?
R. "Innanzitutto vorrei ricordare che fu il governo Berlusconi
a continuare la nostra linea. Noi ci battemmo per l'apertura
del negoziato con la Turchia. E lo facemmo all'indomani della
crisi Ocalan che aveva messo in difficoltà i nostri rapporti.
Gli stessi turchi ne rimasero sorpresi".
D. Intanto le cose si stanno mettendo male. La Commissione presenterà
la settimana prossima un rapporto molto severo sulla Turchia.
Neppure questo vi induce a rivedere le posizioni italiane di
sostegno all'adesione di Ankara?
R. "Credo realisticamente che il negoziato con la Turchia
avrà una battuta d'arresto. Vedo le difficoltà
europee. E vedo anche le difficoltà interne turche alla
vigilia delle elezioni. Però ritengo che noi dobbiamo
mantenere la porta aperta. Per ragioni importanti che non sono
solo di opportunità, ma riguardano l'idea stessa dell'Europa.
Aprire la prospettiva di integrazione nella Ue di un grande
paese islamico è veramente la risposta strategica al
tema dello scontro di civiltà, così come l'integrazione
dell'Europa centro-orientale è stata la risposta strategica
alla fine del comunismo. L'idea che sessanta milioni di cittadini
islamici si possano integrare nei valori di democrazia e di
libertà che sono propri dell'Europa è di per se
un fortissimo messaggio politico e culturale. Ed è una
grande carta da giocare per sventare lo scontro di civiltà.
Certo ci vorrà molto tempo. Diamo per scontato che adesso
ci possa essere un raffreddamento, una fase di difficoltà.
Ma guai se offrissimo la sensazione che per noi è finita.
Guai se accettassimo l'impostazione di alcuni che dicono che
esiste una incompatibilità "genetica", che
la Turchia non ha il nostro stesso Dna europeo. Perché,
se passa questa idea mandiamo, un messaggio molto negativo".
D. Sembra però che l'apertura dei negoziati di adesione
abbia avuto l'effetto di allontanare l'opinione pubblica turca
dall'Europa, invece di avvicinarla.
R. "Non credo che queste reazioni siano dovute ai negoziati.
Semmai alla percezione da parte turca che in Europa esiste una
diffusa ostilità all'idea di una loro adesione. Questo
pone Ankara nella posizione umiliante di chi bussa ad una porta
che dall'altra parte non si vuole aprire".
D. Sì, ma anche questa nostra insistenza a proporci come
modello, non rischia di essere controproducente? Si direbbe
che più ci accaniamo ad esportare la democrazia nei Paesi
islamici, più l'integralismo si rafforza. Le sembra una
strategia vincente?
R. "Io sono convinto che la democrazia sia un bene assoluto.
Penso che vada sostenuta anche se all'inizio può favorire
il radicalismo islamico. Col tempo, solo la democrazia e in
grado di correggere i propri eccessi. L'idea di appoggiare regimi
autoritari per contrastare l'integralismo non solo è
sbagliata, ma è perdente. Quanto alla Turchia, è
giusto ricordare che è la classe politica turca a volere
l'adesione. Il modello europeo si diffonde con l'esempio. Entrare
in Europa non è un obbligo. E' una sfida. Sta alla Turchia
decidere se accettarla o meno".
D. Intanto però il radicalismo religioso e politico raccoglie
proseliti.
R. "Ma proprio questo è il punto. E' chiaro che
c'è un clima generale di crescente ostilità tra
Occidente e Islam. Questo ci deve preoccupare, e molto. Noi
non abbiamo una percezione esatta del disastro che è
successo in questi anni. Siamo sull'orlo di una tragedia: la
crescita del fondamentalismo e dei sentimenti anti-occidentali
è ovunque, dall'Egitto alla Giordania ai Paesi del Maghreb:
non solo in Turchia. Siamo di fronte ad un rischio drammatico.
Anche per questo bisogna correre rapidamente ai ripari. Credo
che in Occidente manchi la consapevolezza di quello che sta
succedendo e del fatto che una frattura insanabile avrebbe conseguenze
catastrofiche dal punto di vista della sicurezza, dello sviluppo,
della nostra stessa crescita economica.
Occorre mandare segnali forti. E occorre mandarli subito. Se
l'Europa delle origini si è costruita sulla base di una
cooperazione interna, tra stati membri, l'Europa del futuro
si costruirà con la cooperazione sul fronte esterno,
per metterci in grado di far fronte alle sfide globali. Ed oggi
non c'e sfida globale più importante che evitare lo scontro
di civiltà".
D. Però mancano gli strumenti per farla, questa azione
esterna dell'Europa. La Costituzione europea, che ce li darebbe,
è bloccata. Non abbiamo "ministro degli Esteri"
europeo. La politica estera della Ue è ancora decisa
all'unanimità. Dovremo andare per sempre avanti a colpi
di buona volontà, come per il Libano?
R. "No, non per sempre. Ma intanto non sottovalutiamo la
capacita degli europei di agire insieme. L'abbiamo visto ora
in Libano. E io mi ricordo che lo stesso successe durante la
crisi del Kosovo. Anche allora si decise tra di noi di accettare
di fatto le scelte della maggioranza.
Io, per esempio, ero contrario all'azione militare. Ma quando
vidi di essere in netta minoranza, accettai la linea prevalente.
E, alla fine della guerra, quando qualcuno avrebbe voluto invadere
la Serbia, si piegò al volere della maggioranza di noi
che era contraria. Quanto alla Costituzione, l'Italia è
pronta a rinegoziare, ma solo facendo salve le parti essenziali
e irrinunciabili del Trattato: ministro degli Esteri europeo,
presidente fisso del Consiglio, estensione del voto a maggioranza,
adozione della Carta dei diritti magari assortita ad un protocollo
sociale, maggiore spazio alle cooperazioni rafforzate".
D. Vuol dire che, se si toccassero questi punti, l'Italia metterebbe
il veto?
R. "Non si può cominciare una trattativa brandendo
l'arma del veto, che tra l'altro in questo caso sarebbe tecnicamente
improponibile. Ma vorrei che fosse ben chiaro che questi punti
sono, per l'Italia, irrinunciabili. Per il "nocciolo"
del Trattato costituzionale, quello che io definisco il "core
treaty", non accetteremo negoziati al ribasso. Si tratta
di riforme approvate da tutti e ratificate da una maggioranza
di stati membri: su quelle non si torna indietro".
D. L'Italia ha annunciato di voler "europeizzare"
il seggio temporaneo che ha appena conquistato nel Consiglio
di Sicurezza dell'Onu. Come intende farlo?
R. "Lo faremo in modo non ideologico, per evitare di urtare
vecchie suscettibilità. Noi vogliamo solo la piena applicazione
del trattato esistente, che prevede un coordinamento delle posizioni
europee nelle sedi internazionali. Vogliamo riunioni settimanali
dei rappresentanti europei dedicate ai punti all'ordine del
giorno del Consiglio di sicurezza. E vorremmo un coordinamento
costante dei cinque Paesi europei che vi siedono (Italia Belgio,
Slovacchia, oltre a Francia e Gran Bretagna che sono membri
permanenti, ndr) con la presidenza di turno della Ue, con l'alto
rappresentante Javier Solana e con la Commissione. Su questa
strada finora ho trovato molti consensi, anche da parte della
Germania".