L'inizio della nuova legislatura italiana cade mentre la costruzione
europea attraversa uno dei tipici momenti di incertezza che ne
hanno segnato tutto il cammino. In passato, quei momenti avevano
trovato un fattore di stabilità e di continuità
proprio nell'Italia.
L'Italia era il Paese che neppure le crisi facevano deflettere
dalla rotta dei fondatori: graduale creazione di un potere sopranazionale
che, nei pochi ma essenziali campi dove la dimensione degli Stati
è ormai inferiore a quella dei problemi da affrontare (economia,
esteri, sicurezza), possa decidere e agire efficacemente. Nelle
fasi di stallo, sull'Italia si poté sempre contare per
un rilancio.
Oggi si ritiene che l'Europa non possa ripartire prima che la
Francia abbia un nuovo presidente, nella primavera 2007. Probabilmente
è vero, come è vero che la crisi europea è
in gran parte francese: disagio sociale, dramma della società
multiculturale, disarticolazione delle grandi famiglie politiche,
esaurimento dello stile e del linguaggio politico creati dal gollismo,
soprattutto mancato ripensamento strategico dopo la riunificazione
tedesca, il crollo dell'Urss, l'allargamento dell'Unione a 25-30
Paesi.
Ma è anche vero che l'anno davanti a noi non è di
semplice attesa. Il modo in cui alcuni Paesi chiave opereranno
nei prossimi mesi determinerà se e come l'Europa potrà
ripartire nel 2007. Un riesame della politica europea s'impone,
ed è in parte iniziato, in vari di essi.
Siamo, tipicamente, nello spazio politico e temporale in cui un'azione
italiana può svolgersi con successo, a beneficio dell'Italia
stessa e dell'Europa.
All'inizio dell'estate scorsa l'Europa è stata in grandissimo
pericolo. In Francia il fronte antieuropeo aveva conseguito, per
la prima volta dal 1954, una sonante vittoria e la Gran Bretagna,
assumendo la presidenza dell'Unione, aveva l'occasione storica
per concludere vittoriosamente la sua lunghissima opposizione
alla nascita di un potere sopranazionale nelle questioni d'interesse
comune.
L'occasione è stata perduta; è mancato quello che
in linguaggio militare si chiama lo sfruttamento del successo.
È stata decisiva l'insipienza, come quella mostrata da
Blair nel non staccarsi dai pochi milioni di euro che gli hanno
alienato il sostegno del Centro Europa. Ma ancor più importante
è stata la vera mancanza di alternativa all'Europa per
la politica francese. Se de Gaulle nel 1965 ancora poteva trattenere
i francesi nel sogno dell'autosufficienza, la coalizione eterogenea
del no del 29 maggio 2005 mancava di ogni strategia positiva.
La Germania di Angela Merkel ha dato tre chiari segni della sua
linea europea. Il primo: ha posto fine a una vera e propria politica
dell'antipatia nei confronti del Centro Europa. Il secondo: ha
ripreso contatto con gli Stati Uniti, combinando amicizia e fermezza.
Il terzo: ha chiarito che il Trattato Costituzionale non può
essere arbitrariamente sepolto, dopo che tutti i governanti, compreso
Blair, avevano firmato l'impegno di portarlo alla ratifica e che
14 di essi l'hanno effettivamente ratificato.
Segnali positivi anche da altri fronti. L'economia sembra uscire
dalla stagnazione della prima metà del decennio. In Germania
risale la fiducia. Il Patto di Stabilità e di crescita
ha resistito alla minacciosa turbolenza in cui si è trovato
quando Francia e Germania lo trasgredirono nella forma e nella
sostanza. Per togliere l'economia europea dalla morsa in cui la
stringono Asia manifatturiera e America tecnologica il più
resta da fare; ma probabilmente il peggio è passato. Anche
in materia di politica estera e di cooperazione nella sicurezza
interna e nella giustizia l'Unione compie, nonostante tutto, qualche
passo avanti.
L'Europa ha conosciuto due «crisi di ratifica» prima
di questa. Negli anni Cinquanta, dopo la bocciatura del Trattato
Ced (Comunità europea di difesa) e negli anni Novanta,
dopo che i danesi bocciarono la moneta unica. In entrambi i casi
ci vollero due-tre anni per ripartire. Una volta si cambiò
direzione (dalla difesa al mercato comune), l'altra si proseguì
nella direzione tracciata (la moneta unica).
L'Italia della prossima legislatura avrà una importante
carta da giocare. Dovrà saper riprendere la via europea
troppo spesso trascurata in questi anni.