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Il Sole 24 ore – 2 avril 2006 - "Europea come un film: privo di regista"

di Giuliano Amato


I commenti seguiti al Consiglio europeo della scorsa settimana erano unanimi nel sottolineare il suo fallimento; e del fallimento coglievano le tracce nei battibecchi fra i capi di Governo nelle reazioni stizzite dell’uno alle accuse di protezionismo dell’altro, nel rifiuto di approvare documenti in altri tempi pacifici in tema di concorrenza e mercato, perché proposti dall’uno per dispiacere all’altro.
E’ indubbiamente il classico clima del fallimento, delle ripicche fra parenti al posto dell’interesse familiare. Ma chi avesse letto le “conclusioni” del Consiglio – e pochi commentatori purtroppo lo fanno, mentre pochissimi ne riferiscono ai loro lettori – del momento nero che vive l’Europa avrebbe colto ulteriori e più esplicativi elementi. Ci si poteva infatti aspettare che, in un clima come quello descritto, le conclusioni sarebbero state misericordiosamente brevi e generiche, in modo da lasciare le tracce le più lievi possibili di un incontro cosi inconcludente. E invece no. Le estraete dal sito europeo, e vi trovate davanti ad un documento di ben 35 pagine, suddiviso in 76 paragrafi più tre allegati. Lo leggete e quasi non credete ai vostri occhi, confrontando quelle parole con cio’ che sapete e che avete visto e vissuto.
Nel documento il Consiglio ricorda compiaciuto che già nel marzo 2005 aveva deciso il “rilancio in profondità” della strategia di Lisbona e che poi, nell’incontro autunnale di Hampton Court, i capi di Governo avevano dato un “nuovo slancio” alla strategia cosi rinnovata.
Successivamente – ricorda ancora il Consiglio – l’accordo raggiunto a dicembre sulle prospettive finanziario 2007-2013 l’ha dotata dei “mezzi concreti per la sua messa in opera”. Ed ora, sulla base della comunicazione della Commissione diffusa in gennaio dal titolo “Passiamo alla velocità superiore”, si può procedere compatti e sicuri verso la realizzazione degli obiettivi più ambiziosi : la riproduzione entro il 2007 ad una sola settimana del tempo necessario a dar vita a un impresa in tutta l’Europa, la prospettiva che a tutti i giovani europei che abbiano lasciato la scuola e si trovino disoccupati siano offerti o un lavoro o un’opportunità formativa entro sei mesi da qui al 2007 ed entro quattro nel 2010 sino al raggiungimento del fatidico 3% del Pil degli investimenti in ricerca, sempre entro il 2010. Segue infine il “lancio di una politica energetica per l’Europa”, in cui con unanime accordo i capi di Stato e di Governo condividono ed enunciano di tutto e di più su quella complessa e urgentissima priorità europea, in ragione della quale la loro riunione per unanime valutazione dei commentatori, è invece fallita.
Ora, io sono un vecchio conoscitore dei palazzi di Bruxelles e so bene che per i loro abitanti le parole scritte in un documento non vanno mai interamente perdute, perché in futuro potranno sempre servire per rafforzare una tesi o una politica. E tuttavia, c’è tale inadeguatezza, sempre più vistosa nell’Europa a 25, suona addirittura ironica la promessa marcia trionfale ad una “velocità superiore”.
Leggiamo al riguardo in queste stesse “conclusioni” gli obiettivi che dovremmo realizzare in materia energetica, obiettivi per i quali la Commissione chiedeva, non a caso, meno cooperazione e più poteri per le istituzioni europee. I capi di Stato e di Governo si sono ben guardati dall’accettare la richiesta. Hanno condiviso gli obiettivi, ma hanno concluso che “per garantirne la messa in opera dovranno essere elaborati degli orientamenti generali comuni basati sulle differenti componenti della politica energetica di ciascuno Stato e tenendo conto delle caratteristiche di ciascuno”.
E’ in questo geroglifico verbale il senso di “conclusioni” che sembra davvero il senso dell’Europa di oggi. Chi le ha scritte nei loro 76 paragrafi prepara, e di Consiglio in Consiglio ripete, la sceneggiatura di un bellissimo film sull’Europa, un film che tutti vorremmo veder realizzato, ma che al dunque, risulta impossibile da fare, si sbrindella davanti ai dubbi del regista e alle resistenze degli attori. Se l’autore fosse Fellini, diremmo che questa è Europa 8 ½. Soltanto che quello di Fellini fu un capolavoro, questo, se non cambiamo registro, rischia davvero di essere un fallimento.
Dobbiamo aspettare – si dice giustamente che entri nuovo sangue in Europa, quello dei leader legittimati dalle elezioni imminenti in tanti dei nostri Paesi. Si sta per votare infatti in Italia, in Ungheria, a Cipro, in Slovacchia, in Svezia, in Austria e poi in Francia, in Olanda e in Irlanda. Qualcosa potrà cambiare, tutti si aspettano che Germania e Italia siano le prime a muoversi, ma a quel punto la mossa giusta non potrà che esser quella suggerita da Presidente Ciampi nel discorso pronunciato a Berlino martedì scorso : “l’Obiettivo è quello di avanzare a 25, ma non è accettabile che, in assenza di unanimità, il progetto europeo venga snaturato. Ben vengano le avanguardie”.
Di questo si è parlato giovedì con il primo ministro belga Guy Verhofstadt, presentando a Roma il suo libro sugli “Stati Uniti d’Europa” che già in gennaio avevo illustrato in davvero qualcosa di onirico nella ricostruzione appena riassunta di una vicenda che si è svolta e si sta svolgendo in modi che sono, ahinoi, profondamente diversi. Li abbiamo letti ad uno ad uno i numeri usciti dall’accordo sulle prospettive finanziarie e sappiamo che, se i tagli hanno colpito qualcosa, hanno colpito proprio i programmi con cui si dovrebbe attuare la strategia di Lisbona. Tant’è che il Parlamento europeo si sta tuttora opponendo a quell’accordo e vuole una allocazione diversa delle risorse. Abbiamo letto tutti nell’insoddisfazione degli europei, manifestata in primo luogo dai referendum del maggio 2005 (due mesi dopo il “rilancio” di Lisbona di cui parla il Consiglio), la presa d’atto della inadeguatezza degli strumenti di pura cooperazione fra gli Stati a cui sono affidati gli ambiziosissimi obiettivi comuni. E a fronte di anteprima ai miei lettori. Nella prefazione scritta a quattro mani da Romano Prodi e da me si condivide con l’autore l’idea di un’Europa debole e divisa, che è tale perché incompiuta e che come tale viene percepita – Verhofstadt lo dimostra dati alla mano – da una larga maggioranza di europei. E’ quindi alla sua incompiutezza che occorre porre rimedio per uscire dall’impotenza di 8 ½. Le politiche su cui farlo e gli strumenti istituzionali con cui farlo sono chiari a tutti. Quel che serve sono i Paesi con il coraggio di farlo, inizialmente in pochi e solo fra di loro e poi via via con tutti gli altri che vorranno unirsi, superando l’Europa incompiuta che intanto sarà risata per tutti.
E’ il coraggio di un nuovo inizio, ma le elezioni imminenti in tanta parte del continente ben possono essere l’occasione per infonderlo. In primo luogo all’Italia

 

 

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