I POTERI DI BRUXELLES E LA GUERRA DI SUEZ
L'annuncio della fusione Gaz de France/Suez, in contrasto con
le ambizioni di Enel sulla stessa Suez, ha acceso un dibattito
ricco di emotività, più che di lucidità.
Vorrei aiutare i lettori a capire questa complessa vicenda e i
problemi più generali che essa solleva, in questa fase
promettente ma delicata dello sviluppo del mercato unico. Dal
punto di vista dell'Enel e dello Stato italiano, la lucidità
avrebbe suggerito, ieri, che l'intenzione di Enel di lanciare
un'Opa ostile non venisse preannunciata. E suggerirebbe, oggi,
di non fasciarsi la testa prima che sia rotta, ma anche di valutare
con concretezza se, e in che cosa, il progetto di fusione violi
qualche norma comunitaria.
Non è ancora certo che l'intenzione di Enel sia definitivamente
frustrata. L'Opa preannunciata sarebbe stata ostile. Ebbene, quello
che si è verificato nei giorni scorsi è che la vittima
predestinata dell'ostilità ha messo in campo le proprie
difese. Ma sarebbe strano se l'ipotesi di una fusione con GdF
non fosse stata considerata da Enel come una delle possibili reazioni
di Suez. Certo, il governo francese ha chiaramente mostrato di
non gradire l'intenzione di Enel. Ma non sarebbe il primo caso
di un'Opa che riesce a realizzarsi malgrado l'avversione di un
governo. Del resto, lo stesso governo francese, così come
quello lussemburghese, non ha certo manifestato entusiasmo per
l'Opa di Mittal su Arcelor, ma non per questo Mittal ha disarmato.
Contro Enel, tuttavia, lo Stato francese non si è limitato
alle parole. E' passato ai fatti, promuovendo la fusione della
propria controllata GdF con la privata Suez. Ogni giudizio è
legittimo, sul piano politico: da «Guarda questi francesi,
come sanno "fare sistema"!» a «Ma che senso
ha aprire i mercati se poi nei mercati giocano grandi imprese
di Stato?». Se però si va oltre, e si chiede l'intervento
dell'Unione Europea, sarebbe utile indicare quali norme europee
si ritiene siano state violate.
Non si può escludere, a priori, che l'intervento dello
Stato francese e la fusione GdF/Suez comportino problemi, sotto
il profilo delle norme del mercato unico e della concorrenza.
Ma non è neppure ovvio, almeno a prima vista, che questo
sia il caso.
Si è detto: questa è una nazionalizzazione, per
proteggere Suez dall'attacco di un'impresa estera. Ma le norme
europee sono neutrali, tra proprietà pubblica e privata.
Una nazionalizzazione non è contraria alle norme, così
come l'Unione Europea non può imporre a uno Stato di privatizzare.
Non risulta che né l'Italia né altri Stati membri
abbiano mai proposto, in occasione delle diverse revisioni, di
modificare questo principio basilare del Trattato di Roma.
Inoltre, in base a quanto per ora è dato di comprendere,
l'aspetto prevalente assomiglia piuttosto a una privatizzazione.
A seguito dell'operazione la quota di partecipazione dello Stato
francese al capitale di GdF, che oggi è dell'80%, diminuirà
sensibilmente. E qui si cela una difficoltà per il progetto
che, vista in un'altra prospettiva, potrebbe costituire un piccolo
varco dischiuso dalla Francia «sociale» alle intenzioni
italiane: i potenti sindacati di GdF si oppongono a questa operazione,
che essi vedono come «totale privatizzazione» dell'azienda.
Ciò potrebbe comportare difficoltà nelle strade
e in Parlamento, dove il governo dovrà ottenere una modifica
della legge che attualmente stabilisce nel 70% la soglia minima
della partecipazione dello Stato.
Le norme europee non ostacolano le imprese pubbliche, ma non consentono
che queste, esattamente come le imprese private, ostacolino il
funzionamento del mercato unico e della concorrenza. Se si ritiene
che l'operazione francese debba essere bloccata dalla Commissione
europea, è in queste direzioni che occorrerebbe guardare.
Sotto un particolare profilo, è molto probabile che l'operazione
debba comunque essere esaminata dalla Commissione: la sua compatibilità
con le regole sulle concentrazioni, a tutela della concorrenza.
Esistono, in linea generale, altri possibili profili di esame.
Pone problemi, questa operazione, dal punto di vista della libertà
di movimento dei capitali o della libertà di stabilimento?
Vi sono in essa aspetti che possano far pensare ad abusi di posizioni
dominanti? Vi si possono riscontrare aiuti di Stato? Si può
configurare come aiuto di Stato l'intervento, sotto l'esplicita
regia dello Stato, di un'impresa controllata dallo Stato che ha
come obiettivo, o conseguenza, di evitare ad un'impresa privata
di finire preda di un'Opa ostile?
Non conosco il caso, se non dalla lettura dei giornali. Mi sembra
però che sarebbe nell'interesse di tutte le parti in causa
— italiane, francesi ed altre — e nell'interesse del
mercato, e perciò dei consumatori, che il dibattito non
prescindesse dalla griglia sopra delineata, cioè dai termini
concreti in cui eventuali interventi della Commissione potrebbero
essere invocati. Se dovessero manifestarsi gli estremi per interventi
della Commissione, non v'è ragione di dubitare che la Commissione
interverrebbe. Anche contro la Francia? Certo. Negli ultimi anni
la Commissione non ha esitato a far valere le norme comunitarie
pure di fronte alle resistenze più agguerrite opposte dagli
Stati membri più grandi.
Per limitarci alla Francia, basterà ricordare i casi di
Electricité de France (abolizione della garanzia di Stato,
obbligo di rimborso di 1,2 miliardi di euro di aiuti di stato),
di Alstom (no al progetto del governo di far «salvare»
Alstom dall' impresa pubblica Areva, paletti stretti all' intervento
dello Stato nel capitale di Alstom, con obblighi di disinvestimenti
e altri impegni per ristabilire la concorrenza), di France Télécom
(obbligo di rimborso di un rilevante aiuto di Stato configuratosi
in seguito ad annunci e comportamenti dello Stato azionista).
Un altro esempio, più indietro nel tempo. Di fronte alle
cosiddette «svalutazioni competitive» della lira del
1995-96, il governo francese fece pressioni sulla Commissione
affinché lo autorizzasse a compensare con aiuti la propria
industria tessile e calzaturiera penalizzata dalle produzioni
italiane. La Commissione disse no.
Un ultimo esempio, attuale. La Commissione oggi in carica ha annunciato
che vaglierà con molta attenzione le misure che la Francia
intende introdurre, nella legge sulle Opa e altrove, contro acquisizioni
dall'estero. Naturalmente, il suo vaglio non potrà esigere
più «liberalismo» di quello, scarso, presente
nella direttiva europea sull'Opa, varata sotto presidenza italiana
nel 2003. E' davvero un peccato che l'Italia, che ha da tempo
una delle leggi Opa più avanzate, si sia adoperata dapprima
per non fare approvare nel luglio 2001 la precedente proposta
di direttiva, più «liberale» (in quel caso,
governo e parlamentari europei riuscirono a «fare sistema»,
e autogol) e poi per fare approvare la modesta direttiva del 2003,
così facendo un grosso regalo alla Germania e alla Francia.