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24 septembre 2007
CORRIERE ECONOMIA - Ma io chiedo più controlli - di Emma Bonino

 


MA IO CHIEDO PIU' CONTROLLI
Corriere Economia - 24 settembre 2007
di Emma Bonino
Quando, il prossimo 31 dicembre, verranno meno le restrizioni alle importazioni di prodotti tessili e di abbigliamento dalla Cina, non accadrà nulla di nuovo che le imprese italiane ed europee non sapessero già. Lo sapevano, come pure i rappresentanti del governo allora in carica ma che oggi manifestano inquietudine, dal 2005. Da quando, cioè, alla scadenza dell'accordo multilaterale che regolamentava il commercio dei prodotti tessili, e solo dopo un lungo e complesso negoziato tra Pechino e Bruxelles, fu raggiunta l'intesa per mantenere le quote per altri due anni.
Le nostre imprese lo sapevano talmente bene che da allora si sono date da fare per ristrutturarsi, puntare sull'internazionalizzazione e affrontare al meglio la nuova concorrenza globale. I dati più recenti forniti dall'Istat sono lì a testimoniare i buoni risultati di questo impegno: nel primo semestre 2007 le esportazioni sono cresciute dei 7,4% rispetto allo stesso semestre dell'anno precedente. E in un settore - quello del tessile e dell'abbigliamento - in cui l'export vale da solo più di sei miliardi di euro, pari a due terzi dell'intero fatturato, li «tempo supplementare» che la Commissione europea è riuscita a negoziare con la Cina due anni fa è stato quindi decisamente utile, e ci permette di affrontare oggi la fine delle quote con maggiore fiducia nella nostra capacità di restare sul mercato. Come? Facendo anzitutto prova di realismo: partendo cioè dal presupposto che, verosimilmente, la via di un negoziato volto ad ottenere una proroga ulteriore è impraticabile sul piano politico.
Non solo è difficile convincere i cinesi a riaprire il negoziato su questa scadenza - pacta sunt servanda - ma non convinceremmo nemmeno gli altri membri della Ue! In secondo luogo, concentrandoci sulla nuova fase che si aprirà tra qualche mese: il passaggio dalle quote alla piena liberalizzazione. Un passaggio che è nell'interesse di tutti realizzare senza traumi.
È per questa ragione, del resto, che assieme a diversi miei omologhi europei mi sono attivata presso il Commissario Mandelson - che negozia con i cinesi per conto dell`Ue - affinché promuova quello che noi riteniamo essere lo strumento più efficace a partire dal prossimo primo gennaio: il cosiddetto doppio monitoraggio. Che non è altro, poi, che un controllo bilaterale sui flussi dei prodotti tessili, sia in uscita che in ingresso, effettuato alle frontiere dell'UE come pure alle dogane della Cina.
Il doppio monitoraggio non ha nulla a che vedere col protezionismo, con la chiusura, con la sindrome da assedio. Si tratta, più semplicemente, di una garanzia di attenzione ai flussi di commercio anomali, di una misura di tutela che assicura trasparenza e dà alle autorità responsabili, europee e cinesi, la possibilità di monitorare costantemente cosa stia accadendo sul mercato.
Nient'altro insomma che l'applicazione, alle relazioni commerciali, del principio in base al quale nessuna buona policy può essere concepita e messa in atto se non è basata su una corretta informazione. L'adozione di un sistema di doppio monitoraggio sarebbe così la prova che europei e cinesi sanno cooperare nell'interesse degli operatori economici e dei rispettivi cittadini.
Aggiungo, perché sia chiaro a tutti, che il doppio monitoraggio non lo chiediamo per limitare, ma per intensificare e migliorare i nostri scambi commerciali, e per fondarli sempre di più su regole limpide e chiare.
Il libero commercio non è incompatibile con la verifica che i nostri partner non adottino pratiche sleali. Né con una rigorosa e costante osservazione dei flussi commerciali in maniera da evitare inaspettate inondazioni di merci su tutti i mercati europei. Proprio perché crediamo in una sana, vera concorrenza fondata su regole comuni e condivise, stiamo spingendo per accrescere la trasparenza e la prevedibilità delle condizioni di mercato. Sono le stesse motivazioni che ci spingono, del resto, a reiterare a Bruxelles la nostra richiesta affinché l'Unione adotti rapidamente un regolamento sull'etichettatura «Made in» dei prodotti importati. Non dimentichiamo che più monitoraggio vuoi dire anche maggiore sicurezza: un tema sempre più sentito non solo dai consumatori, ma anche dagli stessi produttori, come la vicenda dei giocattoli Mattel ha mostrato di recente. Resto fiduciosa che il Commissario Mandelson, che comprende le ragioni di questa prospettiva, prenderà a cuore il dossier nei prossimi mesi e negozierà un buon accordo con i nostri amici cinesi. I segnali che raccolgo in queste ore dalle discussioni a 27 in corso a Bruxelles sono incoraggianti. E sono certa che i nostri imprenditori guardano sempre più ai mercati internazionali come a una sfida e un'opportunità, e non più come a una minaccia.
Il governo italiano - ed io personalmente - siamo impegnati a far sì che i buoni risultati ottenuti negli ultimi mesi dal Made in Italy sui mercati mondiali migliorino sempre più. Sappiamo tutti - a Roma, a Bruxelles, e in ogni angolo del nostro paese dove c'è un'industria tessile o dell'abbigliamento - che questi risultati li otterremo solo giocando come una vera squadra.

 



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