Ma quale antiamericanismo
di Umberto Ranieri
Nelle critiche rivolte dal centro destra all'indirizzo di politica
estera del governo italiano, lascerei perdere gli pseudoargomenti
cui alcuni hanno fatto ricorso. È difficile per esempio
replicare a chi sostiene che l’Italia si accoda a Francia
e Spagna «per allontanare gli Usa dal mediterraneo»
alla ricerca di una «alleanza euroaraba per isolare Israele».
La grossolanità di simili posizioni suscita scoramento.
Ma tant’è. È appena il caso di ricordare
che il governo italiano lavora per un saldo rapporto tra Europa
ed Usa consapevole che esso è indispensabile per affrontare
complessi e spinosi problemi che si pongono nel Medio Oriente.
In quanto ad Israele, l’impegno per la sua sicurezza costituisce
una priorità politica e morale della nostra politica
estera. I militari italiani, con il consenso dell’intero
parlamento, stanno nel sud del Libano anche per impedire che
i razzi di Hezbollah minaccino il nord della Galilea. Altro
che strizzatine d’occhio ad Hezbollah!
E veniamo alla questione che merita, per la sua drammaticità,
una seria riflessione: il modo in cui, nel discorso alla nazione,
il presidente Bush ha affrontato la questione Iraq. Messo sempre
più alle strette - dopo aver oltrepassato la soglia dei
3000 soldati Usa caduti, aver perso le elezioni di mid term
dello scorso novembre, e aver subito l'implicita sconfessione
del suo operato con la pubblicazione del rapporto Baker-Hamilton
- il presidente Bush, parlando alla nazione, ha delineato una
nuova ricetta per l'Iraq. Una «svolta strategica»
l'ha definita. Una svolta che dovrebbe consentire di «vincere
il conflitto». In realtà sono in molti a ritenere
che le scelte annunciate dal presidente non muteranno i termini
della situazione. Ed è appena il caso di ricordare che
gli scettici sulla efficacia del nuovo piano non sono tutti
collocabili tra gli avversari politici di Bush.
Secondo il senatore repubblicano Hagel, l'invio di nuovi soldati
americani in Iraq rischia di essere il più grave errore
della politica estera americana dai tempi del Vietnam. E così
la pensano molti altri suoi colleghi. Se le cose stanno così,
c'è da sperare che in Italia non ci sia chi insista nel
liquidare le perplessità e i dubbi sulle scelte della
Casa Bianca come frutto «dell'irresponsabilità
del politicantismo». Sarebbe bene che, anche in Italia,
si riuscisse a riflettere seriamente sulle conseguenze delle
scelte cui si orienta, per quanto riguarda l'Iraq, l'amministrazione
Bush nella ultima fase del suo mandato. E soprattutto non si
ricorresse alla solita accusa di antiamericanismo che caratterizzerebbe
la politica estera del ministro D'Alema. Su questo punto credo
siano da considerare conclusive le parole di Michael Walzer,
il filosofo politico autore de La libertà e i suoi nemici
e studioso della «guerra giusta», quando ricorda
che «dalle posizioni espresse dal Presidente Bush sull'Iraq
dissentono oggi negli Stati Uniti i due terzi degli elettori
ed alcuni leader repubblicani». Quello del governo italiano,
aggiunge Walzer (che non risparmia poi critiche agli europei)
è tutt'altro che antiamericanismo, «lo dimostra
il fatto che gli italiani sono rimasti in Afghanistan e hanno
mandato truppe in Libano». E torniamo all'esame della
«svolta strategica» annunciata da Bush. Essa si
compone di due fasi. La prima avviata a cavallo del nuovo anno
ha visto la sostituzione dell’ambasciatore Usa a Baghdad
Zalmay Kalizad, un sunnita di origini afgane chiamato a rappresentare
gli Usa all'Onu, con Ryan Crocker, un arabista, ambasciatore
di carriera, con ottima esperienza di mondo islamico; cambio
anche per il comandante in capo delle Forze Usa con l'uscita
del generale Casey sostituito dal generale Petraeus, specialista
di controguerriglia.
A completare il quadro degli avvicendamenti si aggiunge la nomina
di un nuovo comandante operativo delle forze Usa in Iraq, il
generale Odierno, già consigliere militare di Condoleeza
Rice. Si tratta di figure contraddistinte da un forte pragmatismo,
tratto distintivo di quel realismo di stampo kissingeriano cui
si ispira il rapporto Baker-Hamilton. Nella seconda fase della
cosiddetta «svolta strategica» tuttavia, realismo
e pragmatismo sono stati abbandonati. Bush ha riproposto un
approccio ancora imperniato sulla opzione militare. Oggi la
situazione irachena emerge in tutta la sua drammaticità.
L'escalation non porterà fuori dal pantano. L'invio di
nuove truppe, sostiene Daniel Pipes, uno dei massimi esponenti
dell'intellettualità neoconservatrice, va in direzione
opposta. Gli esperti e gli studiosi di questioni militari sostengono
che per battere una insurrezione del tipo di quella in atto
in Iraq sarebbe necessario avere almeno un soldato ogni venti
persone. Baghdad da sola ha sei milioni di persone e l'intero
Iraq ne ha quattro volte tanto! Ecco come stanno le cose sul
terreno. E a scriverlo è il generale Petraeus chiamato
in queste settimane da Bush ai vertici delle Forze militari
americane in Iraq. Al punto cui sono giunte le cose, l'unica
strategia che potrebbe permettere di contenere il collasso e
scongiurare la guerra civile aperta in Iraq (con le conseguenze
rovinose che questo comporterebbe per tutti) appare quella proposta
dal rapporto di Baker ed Hamilton: collocare la questione irachena
in un contesto regionale, affrontando decisamente il nodo del
conflitto israelo palestinese; tentare, sulla base di una politica
di incentivi e disincentivi, di impegnare la Siria e l'Iran
nella stabilizzazione dell'Iraq; concentrare sforzi e risorse
nell'addestramento delle Forze armate e di sicurezza irachene;
lavorare per il recupero al processo politico di stabilizzazione
della componente sunnita dell'Iraq.
Si tratta di una impresa ardua e gravida di incognite ma è
l'unica in grado di riaprire una ragionevole prospettiva di
soluzione della crisi irachena. Ad essa occorrerà che
gli Usa tornino. Nel loro interesse. Nell'interesse della lotta
al terrorismo. Certo occorre che anche l'Europa trovi la forza
politica e morale di fare la sua parte. Di contribuire a risolvere
politicamente la crisi irachena. Non si può restare a
guardare in attesa del fallimento completo degli americani in
Iraq. Pagheremmo tutti le conseguenze. L'Europa dovrebbe esprimersi
più decisamente in termini favorevoli alla strategia
politica delineata nel rapporto Baker-Hamilton. C'è da
augurarsi che ciò non accada troppo tardi e che gli Stati
Uniti non si lascino tentare da quella antica logica politica
secondo la quale quando non si riesce a risolvere un problema
lo si allarga. In quel caso rischieremmo il disastro.