Da "La Comunità Internazionale"
Un idealismo temperato. Il nuovo impegno della politica estera
italiana
UN'ITALIA PIU' “GLOBALE”
15 novembre 2006 - Il modo più utile per impostare una
politica estera capace di tutelare realmente gli interessi politici
ed economici dell'Italia è di essere consapevoli delle
opportunità e dei rischi collegati a questa fase dei
processi di globalizzazione. Assistiamo, da una parte, all'emergere
in Asia e America latina di nuovi grandi protagonisti. Paesi
come Cina, India e Brasile stanno guadagnando posizioni di crescente
preminenza, con una rapidità superiore alle previsioni
di qualche anno fa. L'asse del potere globale si sta chiaramente
spostando, se guardiamo agli indicatori demografici, economici,
energetici e il rischio principale per l'insieme dei Paesi europei
è di soffrire una progressiva marginalità.
In questi mesi ci siamo quindi adoperati per allargare gli orizzonti
della nostra politica estera e consolidare i rapporti con i
Paesi che ho appena citato. E' questa una priorità che
risponde anche a fondamentali interessi economici italiani.
Pensiamo a quanto sia fondamentale integrare lo sviluppo della
nostra economia con lo sviluppo impetuoso dell'economia cinese,
che certamente si presenta come una forte sfida sul terreno
della competitività, ma anche come una grande opportunità.
Ma oltre agli interessi economici vi è anche l'ambizione
politica di un Paese come il nostro che, pur non essendo una
grande potenza, intende offrire un contributo tangibile alla
stabilità, allo sviluppo ed alla pace nel mondo.
Insieme all'ascesa di nuove potenze internazionali siamo confrontati
anche con il fenomeno opposto: il vuoto di potere prodotto,
soprattutto nel continente africano, dal collasso delle strutture
statali in molti Paesi. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte
alla trasformazione dei cosiddetti Stati falliti che, oltre
a divenire spesso il luogo di sistematiche violazioni dei piu'
elementari diritti umani, spesso costituiscono la base operativa
potenziale delle ramificazioni di una criminalità organizzata
senza più frontiere o, peggio, in terreno fertile per
il prosperare di un terrorismo che ha anch'esso superato ogni
demarcazione territoriale. L'impegno internazionale nella gestione
delle crisi è il tentativo di spezzare questa deleteria
spirale, deleteria non solo per le popolazioni interessate,
ma anche per la sicurezza globale.
Compito della politica estera è dunque fare i conti con
questa doppia realtà: le opportunità del mondo
che cresce, i grandi attori emergenti e, accanto ad essi, i
rischi di un mondo che viene marginalizzato. Sviluppo e sicurezza
dell'Italia dipenderanno dal modo in cui riusciremo a rispondere
a queste doppie pressioni della globalizzazione. Tuttavia, si
tratterebbe di un obiettivo irrealistico o velleitario, se fosse
perseguito puramente su una scala nazionale, di cui ogni giorno
è più evidente l'inadeguatezza. La portata delle
sfide che ho appena ricordato impegna innanzitutto la dimensione
multilaterale come l'unica realmente adeguata, e ciò
per noi significa prima di tutto l'Europa.
RIPARTIRE DALL'EUROPA
Guardare all'Europa, adoperarsi per fare dell'Europa un attore
globale, consapevole del bisogno di “governance”,
non significa consegnare all'Europa una delega in bianco, non
significa abdicare ai propri interessi nazionali in nome di
un ideale astratto. Al contrario, significa avere chiaro che
l'Unione Europea è lo strumento più adeguato per
promuovere gli interessi del Paese, intesi in un'accezione non
miope né egoistica, ma neanche aprioristicamente rinunciataria.
Egualmente, insistere sulla dimensione europea non significa
delegare responsabilità che sono nazionali, ma esercitarle
nella consapevolezza che sicurezza e benessere dell'Italia verranno
più efficacemente difesi attraverso un'Unione Europea
più forte e che funzioni.
In questa fase, l'Unione Europea è come bloccata in una
pausa di riflessione seguita al trauma del doppio "no"
francese ed olandese al Trattato costituzionale. È necessario
rimetterla in marcia. L'Italia puo' e vuole dare un impulso
importante in questa direzione. Non serve enumerare ancora una
volta le ragioni dello stallo europeo; conviene piuttosto puntare
con decisione in avanti, visti i benefici che l'ulteriore sviluppo
di questo progetto ha ancora da offrire all'Italia e all'Europa.
Illustrarli all'opinione pubblica con pazienza, umiltà
e senza paternalismi è il compito di una classe politica,
sia italiana, sia europea, che si riconosca nei valori più
autentici dell'europeismo. Occorre recuperare al progetto europeo
l'indispensabile base di consenso popolare. A tal fine sarà
indispensabile il contributo dei parlamenti nazionali e sarà
decisivo fare leva sul Parlamento Europeo, di cui ho avuto in
questi ultimi anni il privilegio di fare parte. Non meno prezioso
sarà il coinvolgimento delle società civile nelle
sue varie articolazioni.
L'obiettivo primario del Governo italiano consiste nel salvare
per quanto è possibile l'essenza del trattato firmato
a Roma il 29 ottobre di due anni fa. Ma comprendiamo anche le
difficoltà di quei Paesi nei quali il referendum popolare
ne ha bocciato la ratifica. Nella ricerca di soluzioni innovative,
accettabili per tutti, il criterio per noi è che quanto
più di quel Trattato viene salvaguardato, tanto più
queste soluzioni saranno considerate accettabili e positive.
In questo quadro non nascondo le grandi aspettative che abbiamo
per la presidenza tedesca dell'Unione del primo semestre del
2007, durante la quale avrà luogo un'importante tornata
elettorale in Francia. Ho volutamente fatto riferimento a due
Paesi che, come l'Italia, hanno svolto fin dall'inizio nell'Unione
un ruolo propulsivo e difficilmente sostituibile. Il nostro
e il loro ruolo è ancora cruciale, ma non esaustivo.
Se guardiamo alla dimensione di politica estera, di sicurezza
e di difesa dell'Unione, resta determinante anche il ruolo della
Gran Bretagna; se guardiamo alla politica mediterranea, il ruolo
della Spagna è evidentemente cruciale; così come
lo è quello di nuovi membri dell'Unione nelle politiche
verso l'Est. E gli esempi non si esauriscono qui.
L'Italia ha sostenuto la proposta della Commissione Europea
perché nell'occasione del cinquantesimo anniversario
del Trattato di Roma gli Stati membri adottino una dichiarazione
solenne, con cui ribadire il comune impegno sui principi, i
valori e gli obiettivi della costruzione europea, che possa
costituire la base per la successiva definizione della questione
istituzionale. Una dichiarazione solenne che possa svolgere
- questo è l'auspicio - una funzione analoga a quella
che svolse la dichiarazione di Messina di 51 anni fa, che aprì
la strada al Trattato di Roma.
Altro tema europeo di grande attualità ed importanza
è quello dell'allargamento.
La posizione dell'Italia è contraria a lanciare segnali
negativi o contraddittori. È evidente che il processo
sarà lungo e complesso. E però: se l'Unione intende
portare a compimento la sua missione di riconciliazione storica
del continente, la porta della "futura adesione" deve
restare aperta. Dopo l'ingresso di Romania e Bulgaria è
necessario proseguire il complesso negoziato con la Turchia
e con la Croazia, oltre che avviare una seria e fattiva riflessione
che riguardi l'insieme dei Balcani. Questo riguarda il Montenegro,
che ha recentemente scelto per l'indipendenza, e vale anche
per la Serbia, a cui deve arrivare un messaggio di apertura
e di disponibilità da parte della comunità internazionale,
anche per evitare un sentimento di isolamento e un pericoloso
ripiegamento nazionalistico (pensiamo a tutte le difficoltà
legate al negoziato per quanto attiene allo status finale del
Kosovo). Sono convinto, a questo riguardo, che solo nella prospettiva
di un'integrazione nell'Unione europea si può pensare
ad una stabilizzazione nei Balcani.
Il processo di ampliamento è strettamente legato ad una
riforma che dia efficacia e funzionalità alle istituzioni
dell'Unione. Nell'Europa allargata, o meglio riunificata, una
maggiore flessibilità sarà nell'ordine delle cose
e aumenterà il ricorso a forme più avanzate di
integrazione per iniziativa di un limitato numero di Stati membri.
È nostra convinzione che rientri nell'interesse dell'Italia
favorire queste forme di cooperazione rafforzata, assicurando
la partecipazione del nostro Paese nell'area della “governance”
economica, della sicurezza interna, della politica estera e
della difesa. È essenziale che ciò avvenga sulla
base di meccanismi inclusivi e non discriminatori.
CON L'EUROPA, NEL MONDO
E' una fondata convinzione comune che un accresciuto peso internazionale
dell'Europa consentirebbe di affrontare in modo più coeso
le grandi crisi che abbiamo di fronte. Innanzitutto la questione
iraniana, che ha un rilievo prioritario per il nostro Paese,
data anche l'importanza degli interessi economici in gioco (come
è noto l'Italia è il primo partner commerciale
dell'Iran in Europa). Il Governo italiano ha sostenuto l'impegno
dell'Alto Rappresentante dell'Unione Europea, Javier Solana
per una soluzione negoziata e condivisa. Con l'Alto Rappresentante
abbiamo convenuto sul fatto che non si può chiudere aprioristicamente
la porta al dialogo con l'Iran, da cui peraltro ci saremmo attesi
maggiore disponibilità. Non dimentichiamo che nel negoziato
con l'Iran è anche in gioco la questione dell'impegno
della comunità internazionale per evitare ulteriori processi
di proliferazione nucleare, messo alla prova drammaticamente
dal recentissimo test nucleare nord-coreano.
In proposito, ritengo importante l'atteggiamento assunto dall'Amministrazione
statunitense che, con grande senso di responsabilità,
ha sostenuto i tentativi di dialogo costruttivo con l'Iran intrapresi
dall'Europa. È stata una svolta assai significativa che
ha consentito di presentare a Teheran non soltanto un pacchetto
negoziale più credibile, ma anche la prospettiva di un
riconoscimento del ruolo internazionale di quel Paese.
Il Governo italiano ritiene che una svolta politica nella situazione
di stallo con Teheran potrebbe facilitare anche la stabilizzazione
in Iraq e in Afghanistan. Naturalmente tale approccio richiede
che l'Iran dimostri con i fatti di voler agire a favore della
pace nel Golfo e che, insieme, rinunci una volta per tutte alle
violenze verbali nei confronti di Israele e riconosca il diritto
all'esistenza dello Stato di Israele.
Per quanto riguarda l'Iraq, i nostri soldati completeranno il
rientro in Italia nelle prossime settimane. Questo approccio,
di un rientro progressivo e concordato con Baghdad, con Londra,
con Washington e con gli altri alleati è stato apprezzato
dallo stesso Governo iracheno e coincide con la diretta assunzione
del controllo della sicurezza delle regioni del Sud del Paese
da parte del governo iracheno.
La presenza militare italiana in Afghanistan non è in
discussione, malgrado il pesante tributo -anche di vite umane-
pagato dal nostro contingente. A differenza dell'Iraq, la presenza
militare dell'Italia in Afghanistan si inscrive in una vicenda
che si è sviluppata in un quadro giuridico e politico
assai diverso rispetto a quello dell'Iraq. Innanzitutto, fin
dall'inizio si è svolta nel quadro di una risoluzione
delle Nazioni Unite, che in Iraq intervenne ex post.
Inoltre, la partecipazione italiana alla missione ISAF è
considerata indispensabile dalla comunità internazionale
e dal Governo afgano. L'obiettivo di rimettere in piedi un Paese
prostrato dal regime talebano, con il suo corollario di sistematiche
violazioni dei diritti umani -delle donne in modo particolare-
e di sostegno al terrorismo internazionale è ancora lontano.
Esistono rischi evidenti di disgregazione violenta, esistono
preoccupanti segnali di ripresa dei gruppi talebani, resiste
una criminalità collegata alla produzione di oppio. Bisogna
evitare un ritorno al passato. E' evidente, a tal fine, che
alla presenza militare va abbinata una strategia politica, umanitaria,
economica più efficace e di sostegno alla transizione
democratica, alla ripresa del Paese e che tenga conto fino in
fondo dei bisogni immediati della popolazione e della sensibilità
degli afgani.
Il caso dell'Afghanistan conduce ad una riflessione più
generale. Il disagio evidente, le frustrazioni, i risentimenti
antioccidentali esistenti nel mondo islamico indicano l'importanza
di una strategia politica più efficace nella lotta globale
a lungo termine contro il terrorismo fondamentalista. Io credo
che gli ultimi anni abbiano cancellato l'illusione che la guerra
fosse l'arma più efficace per soffocare il terrorismo.
Non sono fra quanti ritengono che si debba escludere in linea
di principio l'uso della forza ma credo che si debba rimettere
in primo piano un'azione a tutto campo per isolare il terrorismo
e per conquistare la grande maggioranza delle opinioni pubbliche
dei Paesi arabi e islamici ad un'azione comune contro il terrorismo.
Un'azione a tutto campo significa anche un'azione politica in
grado di generare progressi sul fronte israelo-palestinese.
L'Italia intende contribuirvi in modo più attivo così
come intende riportare il Mediterraneo al centro delle sue priorità
dopo anni di relativa marginalità.
La situazione del Medio Oriente appare oggi drammaticamente
preoccupante. La comunità internazionale intende farsi
carico delle ragioni d'Israele, della esigenza della sicurezza
e del pieno riconoscimento dei diritti di Israele da parte non
soltanto dei palestinesi ma anche dei suoi vicini. Ho incoraggiato
il Governo israeliano, nel corso dei numerosi contatti degli
ultimi mesi, a non affidarsi ad una iniziativa unilaterale.
La pace può essere costruita soltanto attraverso il negoziato
e l'accordo tra le parti.
La disponibilità manifestata da Israele, a seguito dell'ultima
crisi in Libano, a condividere con una forza internazionale
la tutela delle sue frontiere settentrionali è un primo
segnale che queste esortazioni non sono state vane. La crisi
libanese è stata la questione che dall'avvio della nuova
Legislatura più di ogni altra ci ha chiamato a un forte
impegno politico-diplomatico. Sin dall'inizio era parso evidente
che il conflitto si sarebbe prolungato e aggravato fintantoché
il Governo libanese di Siniora non fosse riuscito ad esercitare
nella sua interezza la sovranità sul territorio nazionale.
Da qui l'idea di una Conferenza internazionale, che ho convocato
-insieme con il Segretario di Stato degli Stati Uniti- lo scorso
26 luglio a Roma.
La Conferenza per il Libano è stato un primo, essenziale
passo verso una composizione politica del conflitto. Basta scorrere
la Dichiarazione Finale della Conferenza per rilevare che in
essa vi sono praticamente tutti gli elementi che sarebbero poi
stati ripresi dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite, alla base del cessate il fuoco.
Da parte nostra, abbiamo poi fatto seguire con coerenza al grande
impegno politico-diplomatico, un impegno importante anche in
termini di contributo alla forza di pace e alla ricostruzione
del Libano. Ciò ha agevolato un'ampia partecipazione
alla forza di pace internazionale prevista dalla Risoluzione
1701, la cui presenza nel Sud del Libano è garanzia di
sicurezza per Israele e agevolerà il realizzarsi di quelle
condizioni politiche necessarie al successo dell'iniziativa.
La gestione di tale crisi, ed i numerosi contatti che nel suo
corso ho avuto con il Segretario di Stato, Condoleezza Rice,
e con l'Amministrazione statunitense, hanno dimostrato una volta
di più che la centralità dell'alleanza dell'Italia
con gli Stati Uniti è fuori discussione e costituisce
l'asse portante di una politica estera che guarda alla vitalità
di un legame euro-atlantico fondato anche su un polo europeo
più solido e più integrato. Un'Europa coesa è
anche per l'America un alleato più utile di un'Europa
divisa e fragile. Europei ed americani hanno in comune molte
più cose di quante possano dividerli.
Europa e Stati Uniti hanno un comune interesse alla diffusione
della democrazia, dei diritti umani, dei diritti economici e
sociali su scala internazionale. Allargare l'area dei Paesi
che godono di questi diritti è una delle migliori garanzie
di sicurezza e di sviluppo globale. È un obiettivo che
non può dividerci, anche se può a volte dividerci
la strategia per conseguirlo. Anche per questa ragione si pone
l'esigenza di una vera discussione strategica. Riteniamo che
il canale della NATO vada affiancato dal rafforzamento del dialogo
tra Unione europea e Stati Uniti.
Infine per la cooperazione allo sviluppo non è in discussione
la logica generale della cooperazione italiana, che pone chiaramente
al centro la riduzione della povertà. È da discutere
il livello degli aiuti dell'Italia, oggi sotto la soglia di
qualunque altro Paese avanzato. Siamo riusciti a prevedere nella
finanziaria un cospicuo aumento dell'aiuto allo sviluppo. Un'inversione
di tendenza che ci consentirà di far fronte agli impegni
assunti dall'Italia sul piano internazionale.
PER UN MULTILATERALISMO EFFICACE
In conclusione se ci sottraessimo a importanti missioni internazionali
sotto l'egida delle Nazioni Unite, se mantenessimo livelli ridotti
di aiuto pubblico allo sviluppo non potremmo certamente sostenere
con coerenza l'importanza di una cooperazione multilaterale
centrata sul sistema delle Nazioni Unite, né sostenere
il nostro ruolo nel Consiglio di sicurezza dove l'Italia siederà
per il biennio 2007-2008. La scelta multilateralista dell'Italia
deve essere accompagnata da decisioni politiche, dall'assunzione
di impegni per dimostrare nei fatti che si tratta di una via
che produce risultati tangibili assai più dell'opzione
unilaterale.
Nel Consiglio di Sicurezza non è nostra intenzione limitarci
ad occupare il seggio per il quale siamo stati eletti. Vogliamo
dare un contributo di idee e di risorse ad una riforma che ha
già incontrato molte difficoltà e che, questa
è la nostra posizione da tempo, dovrà basarsi
su una valorizzazione degli organismi regionali. Ma vogliamo
anche proporre una gestione del nostro seggio in termini il
più possibile “europei”, tenendo cioè
conto seriamente anche nell'ambito delle Nazioni Unite della
nostra appartenenza all'Unione e delle posizioni comuni europee
in politica estera. L'Italia sarà anche membro della
Commissione per il consolidamento della pace appena istituita.
Si sono inoltre aperti i lavori - il 19 giugno scorso - del
nuovo Consiglio per i diritti umani, un organismo che ha limiti
evidenti ma che segna, tuttavia, un progresso rispetto alla
vecchia Commissione delle Nazioni Unite. Abbiamo presentato
la nostra candidatura al Consiglio per il triennio 2007-2010
assumendo già l'impegno di adoperarci per l'abolizione
della pena di morte, la promozione della democrazia e della
legalità, la lotta contro ogni forma di discriminazione,
di intolleranza, la protezione dei bambini nei conflitti armati
e la lotta contro la tortura.
Più in generale, ritengo che la tutela dei diritti umani
debba avere un ruolo essenziale in una politica estera che voglia
darsi, come credo sia giusto, una forte connotazione etica.
Ciò vale nel rapporto con tutti i Paesi, sia con quelli
con i quali vogliamo sviluppare rapporti economici e politici
più intensi, dalla Cina ad altri Paesi asiatici, sia
con i nostri alleati.
Un idealismo temperato dal realismo deve guidarci nelle scelte
internazionali.
Massimo D'Alema