Lettere europee di Giuliano Amato
IL SILENZIO NON SI ADDICE ALL’EUROPA CHE DORME
L’Europa, ci dicono gli addetti ai lavori – è
in pausa di riflessione ed è bene che vi rimanga sino
al 2007, quando superate le elezioni in Francia e in Olanda,
potrà (forse) riprendere quel cammino verso il futuro
che fu interrotto dai referendum del maggio scorso in quei due
Paesi che sarebbe controproducente forzare nei prossimi mesi.
Obiettare è francamente difficile, ma intendiamoci bene
su cio’ che è opportuno fare in questa pausa ;
starsene zitti e rimuginare in silenzio per quieta non movere,
oppure riflettere e quindi far riflettere su qualche nuova idea,
su qualche nuovo punto di forza, che aiuti a rimuovere le diffidenza
e le resistenze nel frattempo tutt’altro che scemate?
Siamo infatti di fronte a un cumulo di umori negativi fra loro
diversi, si tratti dell’aspirazione francese a un’Europa
più forte e più sociale, oppure della paura olandese
di un’Europa nella quale a rafforzarsi sarebbero solo
i grandi Stati, oppure ancora del diffuso sentimento nei nuovi
Stati membri dell’Est, che non vogliono sacrificare sull’altare
europea una sovranità da poco riacquistata.
Ed è davanti a tutto questo che nei corridoi di Bruxelles
perfino Paesi tradizionalmente europeisti come l’Irlanda
suggeriscono di limitarsi per il momento ad aspettare, perché
chi, come la stessa Irlanda, ha davanti un referendum per far
passare la Costituzione europea ha ragione di temere che quegli
umori influiscano sul suo elettorato.
Ebbene, io credo che questo modo di intendere la pausa di riflessione
sia sbagliato, anzi che sia controproducente, giacché
non aiuta in alcun modo a disperdere gli umori che si temono.
E se non è il caso di lanciarsi in roboanti campagne
sulle meraviglie di una Costituzione “erroneamente”
respinta da una parte dei nostri cittadini, non è neppur
vero che solo il silenzio si addica all’Europa. Servono
caso mai argomenti che, senza riaprire discussioni di principio
già fatte, aiutino tutti ad accettare i cambiamenti necessari
(e la Costituzione ne contiene diversi), senza sentire messe
a repentaglio le ragioni, giuste o sbagliate, che li portano
oggi a diffidare e a resistere.
Sono argomenti di una specie forse rara e raramente utilizzata,
ma esistono. E uno, certo non l’unico, mi viene dalla
lettura di un paper presentato a un recentissimo seminario dell’Istituto
universitario europeo da un bravo funzionario comunitario, Pietre
Van Nuffel, sul valore relativo dell’appartenenza all’Unione.
Perché valore relativo ? Perché l’appartenenza
all’Unione non si traduce nell’eguale assoggettamento
di tutti a un uniforme statuto comune, ma si articola in una
varietà di situazioni, e quindi di discipline, che tengono
conto di molteplici diversità.
A parte i Paesi come la Francia, i Paesi Bassi o il Regno Unito,
che hanno territori d’oltremare ai quali le disposizioni
europee o non si applicano o si applicano molto parzialmente,
vi sono svariate forme di “geometria variabile”,
che codificano una serie di diversità nel cuore stesso
dell’Europa. Ci sono in primo luogo gli “opting
out” e gli “opting in”, grazie ai quali la
Danimarca e il Regno Unito sono esentati dall’obbligo
di entrare nell’euro, ma possono decidere di farlo, l’Irlanda
e il Regno Unito continuano a effettuare controlli alle frontiere
preclusi agli altri, e la Danimarca è fuori da tutto
ciò che riguarda la difesa comune e non partecipa alla
cooperazione giudiziaria e di polizia, ma può decidere
di entrarci. Ci sono poi le deroghe, che in genere investono
non settori, ma regole più puntuali e specifiche; fra
le più tipiche delle diversità che riescono così
a farsi valere c’è quello della Svezia, unico paese
europeo nel quali è permessa la vendita di tabacco da
fiuto. Ci sono infine le cooperazioni rafforzate, che per settori
innominati consentono a più Paesi (non meno di otto di
procedere per conto loro sulla strada di una maggiore integrazione,
e c’è infine l’astensione costruttiva, che
consente di non concorrere a politiche internazionali comuni
non condivise, ma votate da tutti gli altri. Per non parlare
poi del fenomeno in certo senso simmetrico, degli Stati non
appartenenti all’Unione, ai quali, in varia misura, si
applica cio’ nondimeno il diritto della stessa Unione
: dai mini-Stati, il vaticano e Monaco che utilizzano l’euro,
agli Stati dello Spazio economico europeo come l’Islanda,
il Liechtenstein e la Norvegia, ai quali si applica pressoché
interamente la nostra normativa sul mercato interno (e la stessa
Svizzera si avvia verso una condizione analoga).
Ebbene, tutte queste diversità configurano un’appartenenza
all’Unione dai contorni tanto mutevoli ed elastici da
rendere più ideologiche che realmente fondate buona parte
delle preoccupazioni che hanno circondato e tuttora circondano
la Costituzione, quasi che questa obblighi a fare una scelta
drammatica, o di qua o di là.
Il che è tanto più vero, in quanto si sappia,
e quindi si consideri, che la stessa Costituzione queste diversità
le riconosce e le accetta tutte, anzi, se qualcosa fa, rende
più facili le cooperazioni rafforzate fra i Paesi che
ritengano di avere fra di loro più fattori comuni che
con gli altri. Da una parte, infatti, le rende possibili con
deliberazione a maggioranza del Consiglio (salvo che in politica
estera e di sicurezza comune), dall’altra consente che,
all’interno della cooperazione rafforzata, i Paesi partecipanti
decidano a maggioranza anche nei casi in cui, per l’insieme
dell’Unione, è prevista l’unanimità.
Certo, la Costituzione avvita diversi bulloni, perché
una funzionante piattaforma comune ha da esserci, altrimenti,
al punto a cui stiamo giungendo allargamento dopo allargamento,
andrebbe in pezzi l’Unione. Ma una volta fissata la piattaforma,
essa non ci obbliga affatto a fare tutti le stesse cose sulla
base delle stesse regole. Promuovere piuttosto accorpamenti
“intermedi” che, se sono aperti a tutti in quanto
tutti arrivino a riconoscersi nelle loro politiche, possono
anche affiancarsi l’uno all’altro, in ragione di
diversità condivise da sotto-insiemi diversi di Stati
membri.
Sarà cosi’ improbabile che la Francia si trovi
intorno una “Europa sociale” a sua immagine e somiglianza,
ma le sarà invece possibile formare un gruppo di Paesi
che condividono i suoi tipi di protezione sociale, mentre altri
si riconoscono in tipi diversi. E se così accadesse,
toccherebbe alla piattaforma comune generare un tasso minimo
di armonizzazione che eviti effetti destabilizzanti e assicuri
anzi mobilità fra di loro. Similmente potranno esserci
gruppi a vocazione regionale (Paesi mediterranei/Paesi nordici)
che renderanno fra loro più omogenee politiche specifiche
e che, presentandosi con posizioni comuni in Consiglio, potranno
ridurre a priori le complessità che esso deve affrontare.
Cominciamo a parlarne di questa Europa reale e possibile. Può
servire, e non poco, a scacciare i fantasmi.