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Il Sole-24 Ore - 30 avril 2006 - article de Giuliano Amato – Lettere europee :Il Silenzio non si addice all’Europa che dorme


Lettere europee di Giuliano Amato

IL SILENZIO NON SI ADDICE ALL’EUROPA CHE DORME


L’Europa, ci dicono gli addetti ai lavori – è in pausa di riflessione ed è bene che vi rimanga sino al 2007, quando superate le elezioni in Francia e in Olanda, potrà (forse) riprendere quel cammino verso il futuro che fu interrotto dai referendum del maggio scorso in quei due Paesi che sarebbe controproducente forzare nei prossimi mesi.
Obiettare è francamente difficile, ma intendiamoci bene su cio’ che è opportuno fare in questa pausa ; starsene zitti e rimuginare in silenzio per quieta non movere, oppure riflettere e quindi far riflettere su qualche nuova idea, su qualche nuovo punto di forza, che aiuti a rimuovere le diffidenza e le resistenze nel frattempo tutt’altro che scemate? Siamo infatti di fronte a un cumulo di umori negativi fra loro diversi, si tratti dell’aspirazione francese a un’Europa più forte e più sociale, oppure della paura olandese di un’Europa nella quale a rafforzarsi sarebbero solo i grandi Stati, oppure ancora del diffuso sentimento nei nuovi Stati membri dell’Est, che non vogliono sacrificare sull’altare europea una sovranità da poco riacquistata.
Ed è davanti a tutto questo che nei corridoi di Bruxelles perfino Paesi tradizionalmente europeisti come l’Irlanda suggeriscono di limitarsi per il momento ad aspettare, perché chi, come la stessa Irlanda, ha davanti un referendum per far passare la Costituzione europea ha ragione di temere che quegli umori influiscano sul suo elettorato.
Ebbene, io credo che questo modo di intendere la pausa di riflessione sia sbagliato, anzi che sia controproducente, giacché non aiuta in alcun modo a disperdere gli umori che si temono. E se non è il caso di lanciarsi in roboanti campagne sulle meraviglie di una Costituzione “erroneamente” respinta da una parte dei nostri cittadini, non è neppur vero che solo il silenzio si addica all’Europa. Servono caso mai argomenti che, senza riaprire discussioni di principio già fatte, aiutino tutti ad accettare i cambiamenti necessari (e la Costituzione ne contiene diversi), senza sentire messe a repentaglio le ragioni, giuste o sbagliate, che li portano oggi a diffidare e a resistere.
Sono argomenti di una specie forse rara e raramente utilizzata, ma esistono. E uno, certo non l’unico, mi viene dalla lettura di un paper presentato a un recentissimo seminario dell’Istituto universitario europeo da un bravo funzionario comunitario, Pietre Van Nuffel, sul valore relativo dell’appartenenza all’Unione. Perché valore relativo ? Perché l’appartenenza all’Unione non si traduce nell’eguale assoggettamento di tutti a un uniforme statuto comune, ma si articola in una varietà di situazioni, e quindi di discipline, che tengono conto di molteplici diversità.
A parte i Paesi come la Francia, i Paesi Bassi o il Regno Unito, che hanno territori d’oltremare ai quali le disposizioni europee o non si applicano o si applicano molto parzialmente, vi sono svariate forme di “geometria variabile”, che codificano una serie di diversità nel cuore stesso dell’Europa. Ci sono in primo luogo gli “opting out” e gli “opting in”, grazie ai quali la Danimarca e il Regno Unito sono esentati dall’obbligo di entrare nell’euro, ma possono decidere di farlo, l’Irlanda e il Regno Unito continuano a effettuare controlli alle frontiere preclusi agli altri, e la Danimarca è fuori da tutto ciò che riguarda la difesa comune e non partecipa alla cooperazione giudiziaria e di polizia, ma può decidere di entrarci. Ci sono poi le deroghe, che in genere investono non settori, ma regole più puntuali e specifiche; fra le più tipiche delle diversità che riescono così a farsi valere c’è quello della Svezia, unico paese europeo nel quali è permessa la vendita di tabacco da fiuto. Ci sono infine le cooperazioni rafforzate, che per settori innominati consentono a più Paesi (non meno di otto di procedere per conto loro sulla strada di una maggiore integrazione, e c’è infine l’astensione costruttiva, che consente di non concorrere a politiche internazionali comuni non condivise, ma votate da tutti gli altri. Per non parlare poi del fenomeno in certo senso simmetrico, degli Stati non appartenenti all’Unione, ai quali, in varia misura, si applica cio’ nondimeno il diritto della stessa Unione : dai mini-Stati, il vaticano e Monaco che utilizzano l’euro, agli Stati dello Spazio economico europeo come l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia, ai quali si applica pressoché interamente la nostra normativa sul mercato interno (e la stessa Svizzera si avvia verso una condizione analoga).
Ebbene, tutte queste diversità configurano un’appartenenza all’Unione dai contorni tanto mutevoli ed elastici da rendere più ideologiche che realmente fondate buona parte delle preoccupazioni che hanno circondato e tuttora circondano la Costituzione, quasi che questa obblighi a fare una scelta drammatica, o di qua o di là.
Il che è tanto più vero, in quanto si sappia, e quindi si consideri, che la stessa Costituzione queste diversità le riconosce e le accetta tutte, anzi, se qualcosa fa, rende più facili le cooperazioni rafforzate fra i Paesi che ritengano di avere fra di loro più fattori comuni che con gli altri. Da una parte, infatti, le rende possibili con deliberazione a maggioranza del Consiglio (salvo che in politica estera e di sicurezza comune), dall’altra consente che, all’interno della cooperazione rafforzata, i Paesi partecipanti decidano a maggioranza anche nei casi in cui, per l’insieme dell’Unione, è prevista l’unanimità.
Certo, la Costituzione avvita diversi bulloni, perché una funzionante piattaforma comune ha da esserci, altrimenti, al punto a cui stiamo giungendo allargamento dopo allargamento, andrebbe in pezzi l’Unione. Ma una volta fissata la piattaforma, essa non ci obbliga affatto a fare tutti le stesse cose sulla base delle stesse regole. Promuovere piuttosto accorpamenti “intermedi” che, se sono aperti a tutti in quanto tutti arrivino a riconoscersi nelle loro politiche, possono anche affiancarsi l’uno all’altro, in ragione di diversità condivise da sotto-insiemi diversi di Stati membri.
Sarà cosi’ improbabile che la Francia si trovi intorno una “Europa sociale” a sua immagine e somiglianza, ma le sarà invece possibile formare un gruppo di Paesi che condividono i suoi tipi di protezione sociale, mentre altri si riconoscono in tipi diversi. E se così accadesse, toccherebbe alla piattaforma comune generare un tasso minimo di armonizzazione che eviti effetti destabilizzanti e assicuri anzi mobilità fra di loro. Similmente potranno esserci gruppi a vocazione regionale (Paesi mediterranei/Paesi nordici) che renderanno fra loro più omogenee politiche specifiche e che, presentandosi con posizioni comuni in Consiglio, potranno ridurre a priori le complessità che esso deve affrontare.
Cominciamo a parlarne di questa Europa reale e possibile. Può servire, e non poco, a scacciare i fantasmi.

 

 

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