di Giuliano Amato
I commenti seguiti al Consiglio europeo della scorsa settimana
erano unanimi nel sottolineare il suo fallimento; e del fallimento
coglievano le tracce nei battibecchi fra i capi di Governo nelle
reazioni stizzite dell’uno alle accuse di protezionismo
dell’altro, nel rifiuto di approvare documenti in altri
tempi pacifici in tema di concorrenza e mercato, perché
proposti dall’uno per dispiacere all’altro.
E’ indubbiamente il classico clima del fallimento, delle
ripicche fra parenti al posto dell’interesse familiare.
Ma chi avesse letto le “conclusioni” del Consiglio
– e pochi commentatori purtroppo lo fanno, mentre pochissimi
ne riferiscono ai loro lettori – del momento nero che vive
l’Europa avrebbe colto ulteriori e più esplicativi
elementi. Ci si poteva infatti aspettare che, in un clima come
quello descritto, le conclusioni sarebbero state misericordiosamente
brevi e generiche, in modo da lasciare le tracce le più
lievi possibili di un incontro cosi inconcludente. E invece no.
Le estraete dal sito europeo, e vi trovate davanti ad un documento
di ben 35 pagine, suddiviso in 76 paragrafi più tre allegati.
Lo leggete e quasi non credete ai vostri occhi, confrontando quelle
parole con cio’ che sapete e che avete visto e vissuto.
Nel documento il Consiglio ricorda compiaciuto che già
nel marzo 2005 aveva deciso il “rilancio in profondità”
della strategia di Lisbona e che poi, nell’incontro autunnale
di Hampton Court, i capi di Governo avevano dato un “nuovo
slancio” alla strategia cosi rinnovata.
Successivamente – ricorda ancora il Consiglio – l’accordo
raggiunto a dicembre sulle prospettive finanziario 2007-2013 l’ha
dotata dei “mezzi concreti per la sua messa in opera”.
Ed ora, sulla base della comunicazione della Commissione diffusa
in gennaio dal titolo “Passiamo alla velocità superiore”,
si può procedere compatti e sicuri verso la realizzazione
degli obiettivi più ambiziosi : la riproduzione entro il
2007 ad una sola settimana del tempo necessario a dar vita a un
impresa in tutta l’Europa, la prospettiva che a tutti i
giovani europei che abbiano lasciato la scuola e si trovino disoccupati
siano offerti o un lavoro o un’opportunità formativa
entro sei mesi da qui al 2007 ed entro quattro nel 2010 sino al
raggiungimento del fatidico 3% del Pil degli investimenti in ricerca,
sempre entro il 2010. Segue infine il “lancio di una politica
energetica per l’Europa”, in cui con unanime accordo
i capi di Stato e di Governo condividono ed enunciano di tutto
e di più su quella complessa e urgentissima priorità
europea, in ragione della quale la loro riunione per unanime valutazione
dei commentatori, è invece fallita.
Ora, io sono un vecchio conoscitore dei palazzi di Bruxelles e
so bene che per i loro abitanti le parole scritte in un documento
non vanno mai interamente perdute, perché in futuro potranno
sempre servire per rafforzare una tesi o una politica. E tuttavia,
c’è tale inadeguatezza, sempre più vistosa
nell’Europa a 25, suona addirittura ironica la promessa
marcia trionfale ad una “velocità superiore”.
Leggiamo al riguardo in queste stesse “conclusioni”
gli obiettivi che dovremmo realizzare in materia energetica, obiettivi
per i quali la Commissione chiedeva, non a caso, meno cooperazione
e più poteri per le istituzioni europee. I capi di Stato
e di Governo si sono ben guardati dall’accettare la richiesta.
Hanno condiviso gli obiettivi, ma hanno concluso che “per
garantirne la messa in opera dovranno essere elaborati degli orientamenti
generali comuni basati sulle differenti componenti della politica
energetica di ciascuno Stato e tenendo conto delle caratteristiche
di ciascuno”.
E’ in questo geroglifico verbale il senso di “conclusioni”
che sembra davvero il senso dell’Europa di oggi. Chi le
ha scritte nei loro 76 paragrafi prepara, e di Consiglio in Consiglio
ripete, la sceneggiatura di un bellissimo film sull’Europa,
un film che tutti vorremmo veder realizzato, ma che al dunque,
risulta impossibile da fare, si sbrindella davanti ai dubbi del
regista e alle resistenze degli attori. Se l’autore fosse
Fellini, diremmo che questa è Europa 8 ½. Soltanto
che quello di Fellini fu un capolavoro, questo, se non cambiamo
registro, rischia davvero di essere un fallimento.
Dobbiamo aspettare – si dice giustamente che entri nuovo
sangue in Europa, quello dei leader legittimati dalle elezioni
imminenti in tanti dei nostri Paesi. Si sta per votare infatti
in Italia, in Ungheria, a Cipro, in Slovacchia, in Svezia, in
Austria e poi in Francia, in Olanda e in Irlanda. Qualcosa potrà
cambiare, tutti si aspettano che Germania e Italia siano le prime
a muoversi, ma a quel punto la mossa giusta non potrà che
esser quella suggerita da Presidente Ciampi nel discorso pronunciato
a Berlino martedì scorso : “l’Obiettivo è
quello di avanzare a 25, ma non è accettabile che, in assenza
di unanimità, il progetto europeo venga snaturato. Ben
vengano le avanguardie”.
Di questo si è parlato giovedì con il primo ministro
belga Guy Verhofstadt, presentando a Roma il suo libro sugli “Stati
Uniti d’Europa” che già in gennaio avevo illustrato
in davvero qualcosa di onirico nella ricostruzione appena riassunta
di una vicenda che si è svolta e si sta svolgendo in modi
che sono, ahinoi, profondamente diversi. Li abbiamo letti ad uno
ad uno i numeri usciti dall’accordo sulle prospettive finanziarie
e sappiamo che, se i tagli hanno colpito qualcosa, hanno colpito
proprio i programmi con cui si dovrebbe attuare la strategia di
Lisbona. Tant’è che il Parlamento europeo si sta
tuttora opponendo a quell’accordo e vuole una allocazione
diversa delle risorse. Abbiamo letto tutti nell’insoddisfazione
degli europei, manifestata in primo luogo dai referendum del maggio
2005 (due mesi dopo il “rilancio” di Lisbona di cui
parla il Consiglio), la presa d’atto della inadeguatezza
degli strumenti di pura cooperazione fra gli Stati a cui sono
affidati gli ambiziosissimi obiettivi comuni. E a fronte di anteprima
ai miei lettori. Nella prefazione scritta a quattro mani da Romano
Prodi e da me si condivide con l’autore l’idea di
un’Europa debole e divisa, che è tale perché
incompiuta e che come tale viene percepita – Verhofstadt
lo dimostra dati alla mano – da una larga maggioranza di
europei. E’ quindi alla sua incompiutezza che occorre porre
rimedio per uscire dall’impotenza di 8 ½. Le politiche
su cui farlo e gli strumenti istituzionali con cui farlo sono
chiari a tutti. Quel che serve sono i Paesi con il coraggio di
farlo, inizialmente in pochi e solo fra di loro e poi via via
con tutti gli altri che vorranno unirsi, superando l’Europa
incompiuta che intanto sarà risata per tutti.
E’ il coraggio di un nuovo inizio, ma le elezioni imminenti
in tanta parte del continente ben possono essere l’occasione
per infonderlo. In primo luogo all’Italia