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Limes 02/06 - Lettera dell’Ambasciatore Cangelosi – L’Europa non è un bluff

 

Gentile Direttore
Quando qualche tempo fa, nella mia veste di direttore generale per l’integrazione europea della Farnesina, ti chiedevo di dedicare un numero di Limes all’Europa, mi rispondevi che non era “trendy” per il grande pubblico; troppo scontata, troppo tecnocratica, troppo ideologica. Una costruzione farraginosa incapace di creare emozioni e slanci tra i cittadini.
Mi sembra adesso che tu abbia cambiato idea dedicando all’Europa un interno numero del tuo giornale con un titolo un po’ provocatorio “L’Europa è un bluff”. Poiché ritengo la tua uscita animata da una genuina volontà costruttiva mirante a rilanciare il dibattito e la riflessione, raccolgo molto volentieri la provocazione e cercherò di dare dal mio punto di vista qualche risposta al tuo editoriale con il quale apri il numero di Limes.
Come si fa a dire che l’Europa è un bluff? Esiste un grande mercato di 450 milioni di consumatori, norme comuni che lo regolamentano, una Corte di giustizia, che sin dalla sentenza sul cassis di Dijon agisce come organismo federatore alla stregua della Corte Suprema americana, un acquis giuridico e costituzionale, una moneta unica, una politica commerciale, azioni comuni in politica estera, una spazio comune dove circolano liberamente i cittadini senza controlli alle frontiere, grandi programmi comuni nei settori più avanzati come l’Agenzia spaziale europea, Iter, Galileo, Erasmus.
Ma non basta: come si fa a dimenticare che l’Europa assicura da oltre cinquant’anni pace e stabilità a un continente martoriato da guerre fratricide che lo avevano distrutto e diviso, esportando democrazia e benessere, ed evitando di importare instabilità politica, povertà e arretratezza culturale? Per molti paesi, si pensi ad esempio ai Balcani, la prospettiva europea è l’unico collante che li tiene uniti e che li spinge ad avvicinarsi ai nostri standard.
E vero, però, che l’Europa sta attraversando una grave crisi politico-costituzionale e di identità. Essa appare incompiuta, impacciata, irretita nelle difficoltà della crescita e della competitività internazionale. Essa manca soprattutto di leadership per superare l’incertezza che l’attanaglia. “Ignoranti quem portum petat nullus ventus suus est” (“Non esiste vento favorevole per chi non sa verso quale porto andare”) ci ricorda Seneca.
Ed è proprio l’assenza di una vera leadership che non ha consentito ai capi di Stao e di governo in occasione dell’ultimo Consiglio europeo di affrontare una crisi di vaste proporzioni, che avrebbe richiesto coraggio e immaginazione, preferendo un accordo minimalista sul bilancio 2007-2013, anziché risolvere i problemi di fondo.
Ma l’Europa ha superato crisi anche più gravi di questa. Si pensa alla sedia vuota lasciata da de Gaulle o al ricatto della Thatcher sul bilancio o alla difficile situazione venutasi a creare dopo la caduta del Muro di Berlino. Diceva Jean Monnet che l’Europa si sarebbe fatta attraverso le crisi che sarebbe riuscita a superare e che essa sarebbe stata il risultato delle risposte che avrebbe dato a queste crisi.
E’ vero, il progetto costituzionale è stato bocciato da due Stati, ma è stato ratificato da quattordici, anzi sedici, se si considerano anche Bulgaria e Romania. La stessa approvazione delle prospettive finanziarie è comunque servita ad allentare le tensioni e ad aumentare la consapevolezza sulla necessità di uscire dall’impasse. Non si può dire che il clima sia mutato nelle opinioni pubbliche europee, ma il dibattito si sta riavviando e varie proposte vengono avanzate da più parti per rilanciare il processo costituzionale.
Tutto deve essere visto nella sua giusta dimensione : lo stesso allargamento è stato una politica di successo. Va spiegato meglio all’opinione pubblica, analizzandone i vantaggi ed i probabili costi che il non allargamento avrebbe rappresentato in termini di stabilizzazione e di sicurezza. Certo non possiamo allargare all’infinito, ma non possiamo neanche dimenticare quelle aree a cui abbiamo promesso una prospettiva europea e che sono di cruciale importanza per la stabilità stessa nei nostri paesi.
Alcuni segni di ripresa sembrano indicare che la crisi economica si sta attenuando. Una maggiore consapevolezza e un maggiore impegno, un maggiore coordinamento delle politiche economiche consentirà di uscire dal guado. L’euro è un catalizzatore per una più stretta integrazione e accelererà, almeno tra i paesi che ne fanno parte, una maggiore armonizzazione delle loro politiche economiche. Il grande mercato, i comuni valori aiuteranno i paesi nuovi ad omogeneizzarsi e ad elevare il loro tasso di crescita a beneficio di tutto il resto dell’Unione rendendola più competitiva e più presente nella scena internazionale.
Perché allora questa malinconia che attanaglia l’Europa, come giustamente rileva Padoa Schioppa, o il sentimento della sua dissoluzione, come scrive Steiner in una sua recente pubblicazione? Stiamo soffrendo la sindrome di Spengler, “il tramonto dell’Occidente”?
L’Unione si trova confrontata essenzialmente a quattro sfide: la ripresa economica e l’avvio di nuove politiche, l’allargamento e la riaffermazione dell’identità europea, la sicurezza ed infine il superamento dell’impasse costituzionale. Per far fronte a queste sfide abbiamo bisogno di più Europa e non di meno Europa. Abbiamo bisogno di una maggiore presenza in politica estera, di un maggiore impegno per riconquistare l’opinione pubblica rispondendo alle principali esigenze dei cittadini come la lotta al terrorismo, l’immigrazione clandestina, i traffici di essere umani, la lotta contro i grandi flagelli come l’Aids, l’influenza aviaria e via dicendo.
Il dibattito per riattivare il processo costituzionale si è riaperto e dovrà essere seguito con attenzione per aiutare Francia e Olanda ad uscire dalle secche dove si sono arenate con i falliti referenda. L’Italia può svolgere un ruolo importante in quest’ottica, rappresentando insieme alla Germania lo Stato tradizionalmente a maggiore vocazione europeista. Il nuovo clima in Germania con l’elezione di Angela Merkel potrebbe incoraggiare, nei prossimi mesi, una forte iniziativa italo-tedesca, come accadde negli anni Ottanta con l’iniziativa Genscher –Colombo, per il rilancio del processo di integrazione.
Oscar Wilde sostiene che “in questo mondo ci sono solo due tragedie : una non ottenere quello che si vuole, l’altra ottenerlo”. Orbene a me sembra, caro direttore, che tu impersoni questo secondo sentimento, quasi che i grandi successi ottenuti in tanti anni siano causa di sconforto piuttosto che stimolo a progredire.

 
 


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