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LE RELAZIONI UE-ONU NELL’AMBITO DELLA STATEGIA DI SICUREZZA EUROPEA. Brussels, 29/06/2003

 

Il 12 giugno 2003 ha preso avvio, nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), ARTEMIS la prima missione militare sviluppata in piena autonomia dall’Unione Europea (vsd. scheda in 1 e 2). Questa operazione rappresenta la terza attività di rilievo avviata dall’Unione dopo l’European Union Police Mission (EUPM) in Bosnia-Erzegovina (1) e l’operazione CONCORDIA in FYROM (2), lanciata il 31 marzo scorso con l’uso però di assetti NATO nell’ambito del Berlin Plus (3).
Purtroppo, a causa degli sviluppi legati alla crisi in Medio Oriente che hanno catalizzato in quei giorni l’attenzione dell’opinione pubblica, l’evento è passato pressoché sotto silenzio da parte dei principali mezzi d’informazione (forse anche perché le guerre in Africa rientrano tra i molti conflitti “dimenticati” che non fanno notizia).
L’UE ha dimostrato, in questa circostanza, capacità decisionale e comune volontà di intenti. Infatti, solo il 19 maggio scorso l’Alto Rappresentante per la PESC (4) è stato invitato dal Consiglio ad esaminare la fattibilità dell’operazione da condurre nella regione dell’Ituri, provincia della DRC travagliata da una grave crisi interetnica, nell’ambito della risoluzione 1484 delle Nazioni Unite. Questa richiesta ha fatto seguito ad analoga istanza avanzata dal Segretario Generale dell’ONU, agli Stati Membri dell’Organizzazione, perché avviassero la costituzione di una forza temporanea di stabilizzazione in attesa del rafforzamento della MONUC (il contingente delle N.U. inviato in loco) previsto per la fine di agosto (5). Il 5 giugno il Consiglio dei ministri dell’UE ha approvato formalmente la missione ed il 12 giugno vi è stato, come detto, l’avvio effettivo dell’operazione che rappresenta un significativo riavvicinamento tra l’Unione e le Nazioni Unite nell’ambito della cooperazione militare. L’ARTEMIS si inquadra altresì nelle linee strategiche dell’UE messe a punto dal SG/HR nel suo documento “Un’Europa Sicura in un mondo migliore”, presentato al Consiglio Europeo di Salonicco il 20 giugno scorso (6). In tale contesto Solana sostiene che “il quadro fondamentale in cui si collocano le relazioni internazionali è la Carta delle NazioniUnite. Rafforzare queste ultime e dotarle dei mezzi necessari perché esse assolvano alle loro responsabilità e agiscono con efficacia deve essere una priorità dell’Europa. Se desideriamo che le organizzazioni, i meccanismi ed i trattati internazionali siano in grado di far fronte alle minacce internazionali dovremmo essere pronti ad entrare in azione quando le norme da essi sanciti sono infrante”. Queste affermazioni trovano fondamento nelle dichiarazioni del Consiglio europeo di Bruxelles del 24 e 25 ottobre 2002 dove si sancisce che l’Unione stabilisce ed attua una politica estera e di sicurezza comune tra i cui obiettivi vi è la difesa dei valori comuni, degli interessi fondamentali, dell’indipendenza e dell’integrità dell’Unione conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Il Consiglio europeo inoltre ha ribadito che non sarà intrapresa alcuna azione suscettibile di violare i principi della Carta delle N.U., compresi i principi del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, della composizione pacifica delle controversie e della rinuncia al ricorso alla minaccia o all’uso della forza previsti in detta Carta.
Attualmente l’Unione è rappresentata presso le N.U., dalla Commissione europea e per questa funzione sono state delegate la Francia e la Gran Bretagna in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (CdS). La Carta delle N.U. infatti, è stata approvata nel 1945 quando non esisteva ancora la Comunità Europea.

Per quanto precede, a New York, in ambito Segretariato, si è tornati a guardare con sempre maggior interesse al rafforzamento delle capacità europee di gestione delle crisi ed al contributo che l’UE potrebbe apportare in ambito ONU. Appare infatti superata la fase della prudenza iniziale nella quale lo sviluppo della PESD era inteso come un processo potenzialmente concorrente alle iniziative militari delle N.U. in quanto rischiava di tradursi in una ridotta partecipazione dei Paesi dell’Unione alle missioni di peacekeeping autorizzate da Consiglio di Sicurezza. L’ONU sembra voler valorizzare l’opportunità offerta dalla collaborazione tra le due Organizzazioni, con riferimento alle reciproche sinergie, superando le passate incomprensioni. Le aspettative delle U.N. sono che, una volta consolidati strumenti e procedure di funzionamento della PESD, l’UE sia progressivamente in grado di apportare il proprio valore aggiunto alle attività condotte dall’ONU per il mantenimento della pace e la ricostruzione post-conflitto. Ciò potrebbe avvenire ad esempio attraverso l’assunzione da parte europea di un’intera componente, ad esempio la polizia civile, nell’ambito di una missione complessa come nel caso di UNMIK nei Balcani. Per quanto concerne l’aspetto specificatamente militare le N.U. sono particolarmente interessate a disporre di pacchetti di forze in grado di intervenire rapidamente in determinate aree di crisi, specie se ad alta intensità e rischio, a premessa del successivo intervento dei peacekepers onusiani. Infatti, lo schieramento di un contingente ONU è legato a procedure burocratico-amministrative che richiedono del tempo, superiori ai 60 giorni ad esempio per il dispositivo logistico. In sintesi, l’ONU è interessata prevalentemente ad avere forze di dispiegamento rapido per affrontare situazioni di emergenza improvvisa e per missioni tipo Initial Entry Force e NEOs (7), di adeguata consistenza e limitate nel tempo, per coprire quella fascia di operazioni difficilmente gestibili, al momento, da parte della propria struttura militare. Altro aspetto di interesse potrebbe essere l’azione di coordinamento in campo addestrativo e di approntamento dei contingenti europei da impiegare in operazioni sotto mandato ONU svolto dalla PESD nell’ambito di alcune missioni di Petesberg (peacekeeping ed aiuto umanitario ad esempio).
In tale ottica l’azione diplomatica delle N.U. è rivolta a sondare la disponibilità dell’UE ad assumersi maggiori responsabilità in altre aree di interesse al di fuori dei Balcani, con specifica attenzione all’Africa dove la situazione in molte parti del Continente (nella regione dei Grandi Laghi e in Congo) richiederebbe un maggior coinvolgimento rispetto alle tradizionali operazioni di peacekeeping, con particolare riferimento al peace-building, alle funzioni di polizia e di consolidamento istituzionale. In ogni caso l’aspettativa delle N.U. è che l’UE, anche nel campo degli strumenti civili, possa migliorare le capacità di rapido intervento fungendo da “avanguardia” nelle delicate fasi iniziali di un intervento di stabilizzazione e ricostruzione per dare il tempo necessario all’ONU di pianificare e schierare le proprie forze.
L’operazione ARTEMIS, come si vede, rientra pienamente in questa “logica operativa” in quanto gli obiettivi principali dell’operazione condotta dall’UE sono:
• assistere le N.U. fornendo una forza ad interm a breve termine per consentire il rafforzamento delle forze della MONUC in Bunia, nell’ambito del processo di pace in DRC;
• contribuire alla stabilizzazione delle condizioni di sicurezza ed al miglioramento della situazione umanitaria in Bunia, per garantire la protezione dell’aeroporto, degli sfollati nei campi profughi adiacenti allo stesso e, se la situazione lo richiede, contribuire alla sicurezza della popolazione, del personale delle N.U. e della presenza umanitaria nella città;
• imprimere uno slancio agli sforzi messi in atto dall’UE e dalle N.U. a sostegno del processo di pace globale nella DRC e nella regione dei Grandi Laghi.

Come detto, il SG/HR per la PESC, Solana, su mandato del Consiglio ha messo a punto un documento di strategia e sicurezza per l’Europa (ESS), se vogliamo una prima bozza di level of ambition dell’Unione, che è attualmente all’esame delle Capitali ed i cui concetti di base possono essere così sintetizzati:
• la Carta delle N.U. è il quadro fondamentale delle relazioni internazionali per cui un mondo percepito come foriero di giustizia ed opportunità per tutti sarà più sicuro. Un impegno preventivo può evitare problemi futuri più gravi;
• come unione di 25 Stati con una popolazione di oltre 450 milioni di persone che produce un quarto del prodotto nazionale lordo (PNL) del mondo, l’UE è un attore globale e dovrebbe essere pronta ad assumersi la sua parte di responsabilità per la sicurezza mondiale in quanto nessun Paese è in grado, da solo, di affrontare i complessi problemi di oggi. Dobbiamo pertanto costruire un ordine internazionale basato sul multilaterismo effettivo;
• a seguito dei fallimenti degli anni novanta l’UE ha successivamente rafforzato notevolmente il suo impegno nella regione dei Balcani occidentali contribuendo così a stabilizzare la situazione in nella Serbia meridionale e nella FYROM (2) ed ha agevolato la conclusione degli accordi costituzionali tra Serbia e Montenegro. L’UE è subentrata alle N.U. nella missione si polizia in Bosnia-Erzegovina ed alla NATO nell’operazione militare nella FYROM (2). Con il processo di stabilizzazione e di associazione l’UE ha creato un quadro efficace per le riforme ed il progresso verso l’Europa;
• contrariamente alla minaccia visibile e quantificabile della guerra fredda, nessuno dei nuovi rischi può essere affrontato solamente con i soli mezzi militari. Dinanzi alle nuove minacce la prima linea sarà principalmente all’esterno dell’area di giurisdizione europea in quanto le stesse sono più lontane, dinamiche e complesse;
• in sintesi dobbiamo sviluppare una cultura strategica che promuova interventi tempestivi, rapidi e, se necessario, molto determinati.
In conclusione, riprendendo le parole di Solana: “questo mondo presenta nuovi pericoli ma offre anche nuove opportunità. Se vuole diventare un attore pienamente efficace, l’Unione europea ha la potenzialità di apportare un contributo importante sia per affrontare le minacce sia per contribuire a realizzare le opportunità necessarie. Un’UE attiva e capace avrebbe un impatto a livello mondiale e, in tal modo, contribuirebbe ad un’efficace sistema multilaterale capace di condurre ad un mondo più giusto e più sicuro”.

Brussels, 29/06/2003


Brig. Gen. Sergio Giordano
Consigliere Militare presso la
Rappresentanza Permanente
Italiana all’UE - Bruxelles


Note
(1) EUPM: avviata il 1° gennaio 2003, è composta da 512 u. forniti dalle varie forze di polizia europee (CC, Gendarmeria, ecc.).
(2) FYROM: Former Yugoslavia Republic of Macedonia.
(3) Berlin Plus: accordo tra NATO ed UE sancito con lo scambio di lettere tra i Segretari delle due organizzazioni, Robertson e Solana, il 12 e 13 dicembre 2002. Assicura l’accesso da parte dell’Unione agli assetti ed alle capacità di pianificazione dell’Alleanza Atlantica.
(4) PESC: Politica Estera e di Sicurezza Comune: e’ il secondo “pilastro” previsto dal titolo V del Trattato. Gli altri due sono le Comunità europee (“Mercato unico”, “Economia e moneta unica”, “Politiche di sostegno, di aiuto e assistenza”) e la Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.
(5) La MONUC è una delle più importanti missioni previste dall’ONU. Schierata in DRC nel 1999 con il compito di favorire il processo di pacificazione di quel Paese comprende 5500 u. di cui 700 schierati a Bunia. Il suo mandato scade il 30/6/03 ma è stato prorogato di un mese per consentire al CdS di ridefinire ad ampliare il suo mandato. Le forze europee saranno avvicendate il 1° settembre 2003 da un contingente del Bangladesh.
(6) Solana ha ricevuto, in occasione del Consiglio dei ministri di Rodi nella scorsa primavera, il mandato di preparare un documento di Strategia e Sicurezza Europea da presentare al Consiglio Europeo dei Capi di Stato e Governo di Salonicco.
(7) NEOs: Non-combatat Evacuation Operations.

SCHEDA 1

OPERAZIONE “ARTEMIS”
La situazione nella regione dell’Ituri costituisce una minaccia per il processo di pace nella Repubblica democratica del Congo (DRC) e per la sicurezza nella più vasta regione dei Grandi Laghi. L’UE ha reagito positivamente e rapidamente alla richiesta del Segretario Generale dell’ONU di istituire una forza multinazionale ad interim di emergenza da impiegare in stretto coordinamento con le N.U. e con la MONUC, in attuazione al mandato conferito dalla risoluzione n. 1484 (2003) del Consiglio di Sicurezza. L’obiettivo è di rendere sicura la città di Bunia in cui si osservano gravi scontri tra le etnie Hema e Lendu, fomentati da Ruanda e Uganda. L’operazione “Artemis”, lanciata il 12 giugno, autorizza l’invio, fino al 1° settembre 2003, di un contingente di 1400/1500 u., comprensivo del sostegno logistico, per contribuire a stabilizzare le condizioni di sicurezza ed a migliorare le situazione umanitaria, assicurando la protezione dell’aeroporto, della città di Bunia e dintorni. La Francia, come nazione framework, è stata incaricata di coordinare l’operazione ed il Centro di pianificazione e di attuazione delle operazioni (CPCO) di Parigi ne costituisce l’OHQ. Il Comandante operativo è il Generale Neveux mentre il Comandante in Teatro è il Generale Thonier (entrambi francesi come pure la maggior parte delle forze). L’operazione è condotta in pieno accordo con il Governo della DRC, dell’Uganda e del Ruanda. Si tratta di una missione aperta a paesi terzi a cui. Fino ad ora hanno aderito Sud Africa, Brasile, Canada ed Ungheria.


SCHEDA 2

UNA GUERRA DIMENTICATA
Fin dal 1997 la Repubblica democratica del Congo (DRC) si è trovata coinvolta in un conflitto interetnico e in una guerra civile favorita anche dal massiccio flusso di profughi fuggiti dai combattimenti in Rwanda e Burundi. La crisi ha avuto un impatto devastante sui problemi gia’ esistenti nel Paese e legati a corruzione, inflazione, quadro legislativo e normativo incerto, mancanza di una reale politica economica e finanziaria. La situazione è degenerata nel 1998 con il coinvolgimento dei Paesi vicini a sostegno delle fazioni in lotta. Il 10 luglio 1999 si è arrivati alla firma di un cessate il fuoco che non ha messo fine alle violenze. Secondo alcune stime da parte di organizzazioni che si occupano di aiuti ai rifugiati, si ritiene che tra i 2 ed i 4,7 milioni di persone siano decedute nel corso del conflitto. In tal caso esso risulterebbe il più sanguinoso dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. La maggior parte delle vittime sono dovute alle malattie ed alla sottoalimentazione ma rilevante è il numero dei caduti a causa dei combattimenti e dei massacri indiscriminati. Molti orfani poi, vengono arruolati a forza dai vari contendenti alimentando così l’odioso fenomeno dei soldati-bambino. Così come sottolineato da più parti è gravissima l’indifferenza internazionale in cui si trascina la crisi congolese, che interessa una delle regione più ricche di risorse minerarie del mondo.



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