Il 12 giugno 2003 ha preso avvio, nella Repubblica Democratica
del Congo (DRC), ARTEMIS la prima missione militare sviluppata
in piena autonomia dall’Unione Europea (vsd. scheda in 1
e 2). Questa operazione rappresenta la terza
attività di rilievo avviata dall’Unione dopo l’European
Union Police Mission (EUPM) in Bosnia-Erzegovina (1) e l’operazione
CONCORDIA in FYROM (2), lanciata il 31 marzo scorso con l’uso
però di assetti NATO nell’ambito del Berlin Plus
(3).
Purtroppo, a causa degli sviluppi legati alla crisi in Medio Oriente
che hanno catalizzato in quei giorni l’attenzione dell’opinione
pubblica, l’evento è passato pressoché sotto
silenzio da parte dei principali mezzi d’informazione (forse
anche perché le guerre in Africa rientrano tra i molti
conflitti “dimenticati” che non fanno notizia).
L’UE ha dimostrato, in questa circostanza, capacità
decisionale e comune volontà di intenti. Infatti, solo
il 19 maggio scorso l’Alto Rappresentante per la PESC (4)
è stato invitato dal Consiglio ad esaminare la fattibilità
dell’operazione da condurre nella regione dell’Ituri,
provincia della DRC travagliata da una grave crisi interetnica,
nell’ambito della risoluzione 1484 delle Nazioni Unite.
Questa richiesta ha fatto seguito ad analoga istanza avanzata
dal Segretario Generale dell’ONU, agli Stati Membri dell’Organizzazione,
perché avviassero la costituzione di una forza temporanea
di stabilizzazione in attesa del rafforzamento della MONUC (il
contingente delle N.U. inviato in loco) previsto per la fine di
agosto (5). Il 5 giugno il Consiglio dei ministri dell’UE
ha approvato formalmente la missione ed il 12 giugno vi è
stato, come detto, l’avvio effettivo dell’operazione
che rappresenta un significativo riavvicinamento tra l’Unione
e le Nazioni Unite nell’ambito della cooperazione militare.
L’ARTEMIS si inquadra altresì nelle linee strategiche
dell’UE messe a punto dal SG/HR nel suo documento “Un’Europa
Sicura in un mondo migliore”, presentato al Consiglio Europeo
di Salonicco il 20 giugno scorso (6). In tale contesto Solana
sostiene che “il quadro fondamentale in cui si collocano
le relazioni internazionali è la Carta delle NazioniUnite.
Rafforzare queste ultime e dotarle dei mezzi necessari perché
esse assolvano alle loro responsabilità e agiscono con
efficacia deve essere una priorità dell’Europa. Se
desideriamo che le organizzazioni, i meccanismi ed i trattati
internazionali siano in grado di far fronte alle minacce internazionali
dovremmo essere pronti ad entrare in azione quando le norme da
essi sanciti sono infrante”. Queste affermazioni trovano
fondamento nelle dichiarazioni del Consiglio europeo di Bruxelles
del 24 e 25 ottobre 2002 dove si sancisce che l’Unione stabilisce
ed attua una politica estera e di sicurezza comune tra i cui obiettivi
vi è la difesa dei valori comuni, degli interessi fondamentali,
dell’indipendenza e dell’integrità dell’Unione
conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Il
Consiglio europeo inoltre ha ribadito che non sarà intrapresa
alcuna azione suscettibile di violare i principi della Carta delle
N.U., compresi i principi del mantenimento della pace e della
sicurezza internazionali, della composizione pacifica delle controversie
e della rinuncia al ricorso alla minaccia o all’uso della
forza previsti in detta Carta.
Attualmente l’Unione è rappresentata presso le N.U.,
dalla Commissione europea e per questa funzione sono state delegate
la Francia e la Gran Bretagna in quanto membri permanenti del
Consiglio di Sicurezza (CdS). La Carta delle N.U. infatti, è
stata approvata nel 1945 quando non esisteva ancora la Comunità
Europea.
Per quanto precede, a New York, in ambito Segretariato, si è
tornati a guardare con sempre maggior interesse al rafforzamento
delle capacità europee di gestione delle crisi ed al contributo
che l’UE potrebbe apportare in ambito ONU. Appare infatti
superata la fase della prudenza iniziale nella quale lo sviluppo
della PESD era inteso come un processo potenzialmente concorrente
alle iniziative militari delle N.U. in quanto rischiava di tradursi
in una ridotta partecipazione dei Paesi dell’Unione alle
missioni di peacekeeping autorizzate da Consiglio di Sicurezza.
L’ONU sembra voler valorizzare l’opportunità
offerta dalla collaborazione tra le due Organizzazioni, con riferimento
alle reciproche sinergie, superando le passate incomprensioni.
Le aspettative delle U.N. sono che, una volta consolidati strumenti
e procedure di funzionamento della PESD, l’UE sia progressivamente
in grado di apportare il proprio valore aggiunto alle attività
condotte dall’ONU per il mantenimento della pace e la ricostruzione
post-conflitto. Ciò potrebbe avvenire ad esempio attraverso
l’assunzione da parte europea di un’intera componente,
ad esempio la polizia civile, nell’ambito di una missione
complessa come nel caso di UNMIK nei Balcani. Per quanto concerne
l’aspetto specificatamente militare le N.U. sono particolarmente
interessate a disporre di pacchetti di forze in grado di intervenire
rapidamente in determinate aree di crisi, specie se ad alta intensità
e rischio, a premessa del successivo intervento dei peacekepers
onusiani. Infatti, lo schieramento di un contingente ONU è
legato a procedure burocratico-amministrative che richiedono del
tempo, superiori ai 60 giorni ad esempio per il dispositivo logistico.
In sintesi, l’ONU è interessata prevalentemente ad
avere forze di dispiegamento rapido per affrontare situazioni
di emergenza improvvisa e per missioni tipo Initial Entry Force
e NEOs (7), di adeguata consistenza e limitate nel tempo, per
coprire quella fascia di operazioni difficilmente gestibili, al
momento, da parte della propria struttura militare. Altro aspetto
di interesse potrebbe essere l’azione di coordinamento in
campo addestrativo e di approntamento dei contingenti europei
da impiegare in operazioni sotto mandato ONU svolto dalla PESD
nell’ambito di alcune missioni di Petesberg (peacekeeping
ed aiuto umanitario ad esempio).
In tale ottica l’azione diplomatica delle N.U. è
rivolta a sondare la disponibilità dell’UE ad assumersi
maggiori responsabilità in altre aree di interesse al di
fuori dei Balcani, con specifica attenzione all’Africa dove
la situazione in molte parti del Continente (nella regione dei
Grandi Laghi e in Congo) richiederebbe un maggior coinvolgimento
rispetto alle tradizionali operazioni di peacekeeping, con particolare
riferimento al peace-building, alle funzioni di polizia e di consolidamento
istituzionale. In ogni caso l’aspettativa delle N.U. è
che l’UE, anche nel campo degli strumenti civili, possa
migliorare le capacità di rapido intervento fungendo da
“avanguardia” nelle delicate fasi iniziali di un intervento
di stabilizzazione e ricostruzione per dare il tempo necessario
all’ONU di pianificare e schierare le proprie forze.
L’operazione ARTEMIS, come si vede, rientra pienamente in
questa “logica operativa” in quanto gli obiettivi
principali dell’operazione condotta dall’UE sono:
• assistere le N.U. fornendo una forza ad interm a breve
termine per consentire il rafforzamento delle forze della MONUC
in Bunia, nell’ambito del processo di pace in DRC;
• contribuire alla stabilizzazione delle condizioni di sicurezza
ed al miglioramento della situazione umanitaria in Bunia, per
garantire la protezione dell’aeroporto, degli sfollati nei
campi profughi adiacenti allo stesso e, se la situazione lo richiede,
contribuire alla sicurezza della popolazione, del personale delle
N.U. e della presenza umanitaria nella città;
• imprimere uno slancio agli sforzi messi in atto dall’UE
e dalle N.U. a sostegno del processo di pace globale nella DRC
e nella regione dei Grandi Laghi.
Come detto, il SG/HR per la PESC, Solana, su mandato del Consiglio
ha messo a punto un documento di strategia e sicurezza per l’Europa
(ESS), se vogliamo una prima bozza di level of ambition dell’Unione,
che è attualmente all’esame delle Capitali ed i cui
concetti di base possono essere così sintetizzati:
• la Carta delle N.U. è il quadro fondamentale delle
relazioni internazionali per cui un mondo percepito come foriero
di giustizia ed opportunità per tutti sarà più
sicuro. Un impegno preventivo può evitare problemi futuri
più gravi;
• come unione di 25 Stati con una popolazione di oltre 450
milioni di persone che produce un quarto del prodotto nazionale
lordo (PNL) del mondo, l’UE è un attore globale e
dovrebbe essere pronta ad assumersi la sua parte di responsabilità
per la sicurezza mondiale in quanto nessun Paese è in grado,
da solo, di affrontare i complessi problemi di oggi. Dobbiamo
pertanto costruire un ordine internazionale basato sul multilaterismo
effettivo;
• a seguito dei fallimenti degli anni novanta l’UE
ha successivamente rafforzato notevolmente il suo impegno nella
regione dei Balcani occidentali contribuendo così a stabilizzare
la situazione in nella Serbia meridionale e nella FYROM (2) ed
ha agevolato la conclusione degli accordi costituzionali tra Serbia
e Montenegro. L’UE è subentrata alle N.U. nella missione
si polizia in Bosnia-Erzegovina ed alla NATO nell’operazione
militare nella FYROM (2). Con il processo di stabilizzazione e
di associazione l’UE ha creato un quadro efficace per le
riforme ed il progresso verso l’Europa;
• contrariamente alla minaccia visibile e quantificabile
della guerra fredda, nessuno dei nuovi rischi può essere
affrontato solamente con i soli mezzi militari. Dinanzi alle nuove
minacce la prima linea sarà principalmente all’esterno
dell’area di giurisdizione europea in quanto le stesse sono
più lontane, dinamiche e complesse;
• in sintesi dobbiamo sviluppare una cultura strategica
che promuova interventi tempestivi, rapidi e, se necessario, molto
determinati.
In conclusione, riprendendo le parole di Solana: “questo
mondo presenta nuovi pericoli ma offre anche nuove opportunità.
Se vuole diventare un attore pienamente efficace, l’Unione
europea ha la potenzialità di apportare un contributo importante
sia per affrontare le minacce sia per contribuire a realizzare
le opportunità necessarie. Un’UE attiva e capace
avrebbe un impatto a livello mondiale e, in tal modo, contribuirebbe
ad un’efficace sistema multilaterale capace di condurre
ad un mondo più giusto e più sicuro”.
Brussels, 29/06/2003
Brig. Gen. Sergio Giordano
Consigliere Militare presso la
Rappresentanza Permanente
Italiana all’UE - Bruxelles
Note
(1) EUPM: avviata il 1° gennaio 2003, è composta da
512 u. forniti dalle varie forze di polizia europee (CC, Gendarmeria,
ecc.).
(2) FYROM: Former Yugoslavia Republic of Macedonia.
(3) Berlin Plus: accordo tra NATO ed UE sancito con lo scambio
di lettere tra i Segretari delle due organizzazioni, Robertson
e Solana, il 12 e 13 dicembre 2002. Assicura l’accesso da
parte dell’Unione agli assetti ed alle capacità di
pianificazione dell’Alleanza Atlantica.
(4) PESC: Politica Estera e di Sicurezza Comune: e’ il secondo
“pilastro” previsto dal titolo V del Trattato. Gli
altri due sono le Comunità europee (“Mercato unico”,
“Economia e moneta unica”, “Politiche di sostegno,
di aiuto e assistenza”) e la Cooperazione di polizia e giudiziaria
in materia penale.
(5) La MONUC è una delle più importanti missioni
previste dall’ONU. Schierata in DRC nel 1999 con il compito
di favorire il processo di pacificazione di quel Paese comprende
5500 u. di cui 700 schierati a Bunia. Il suo mandato scade il
30/6/03 ma è stato prorogato di un mese per consentire
al CdS di ridefinire ad ampliare il suo mandato. Le forze europee
saranno avvicendate il 1° settembre 2003 da un contingente
del Bangladesh.
(6) Solana ha ricevuto, in occasione del Consiglio dei ministri
di Rodi nella scorsa primavera, il mandato di preparare un documento
di Strategia e Sicurezza Europea da presentare al Consiglio Europeo
dei Capi di Stato e Governo di Salonicco.
(7) NEOs: Non-combatat Evacuation Operations.
SCHEDA 1
OPERAZIONE “ARTEMIS”
La situazione nella regione dell’Ituri costituisce una minaccia
per il processo di pace nella Repubblica democratica del Congo
(DRC) e per la sicurezza nella più vasta regione dei Grandi
Laghi. L’UE ha reagito positivamente e rapidamente alla
richiesta del Segretario Generale dell’ONU di istituire
una forza multinazionale ad interim di emergenza da impiegare
in stretto coordinamento con le N.U. e con la MONUC, in attuazione
al mandato conferito dalla risoluzione n. 1484 (2003) del Consiglio
di Sicurezza. L’obiettivo è di rendere sicura la
città di Bunia in cui si osservano gravi scontri tra le
etnie Hema e Lendu, fomentati da Ruanda e Uganda. L’operazione
“Artemis”, lanciata il 12 giugno, autorizza l’invio,
fino al 1° settembre 2003, di un contingente di 1400/1500
u., comprensivo del sostegno logistico, per contribuire a stabilizzare
le condizioni di sicurezza ed a migliorare le situazione umanitaria,
assicurando la protezione dell’aeroporto, della città
di Bunia e dintorni. La Francia, come nazione framework, è
stata incaricata di coordinare l’operazione ed il Centro
di pianificazione e di attuazione delle operazioni (CPCO) di Parigi
ne costituisce l’OHQ. Il Comandante operativo è il
Generale Neveux mentre il Comandante in Teatro è il Generale
Thonier (entrambi francesi come pure la maggior parte delle forze).
L’operazione è condotta in pieno accordo con il Governo
della DRC, dell’Uganda e del Ruanda. Si tratta di una missione
aperta a paesi terzi a cui. Fino ad ora hanno aderito Sud Africa,
Brasile, Canada ed Ungheria.
SCHEDA 2
UNA GUERRA DIMENTICATA
Fin dal 1997 la Repubblica democratica del Congo (DRC) si è
trovata coinvolta in un conflitto interetnico e in una guerra
civile favorita anche dal massiccio flusso di profughi fuggiti
dai combattimenti in Rwanda e Burundi. La crisi ha avuto un impatto
devastante sui problemi gia’ esistenti nel Paese e legati
a corruzione, inflazione, quadro legislativo e normativo incerto,
mancanza di una reale politica economica e finanziaria. La situazione
è degenerata nel 1998 con il coinvolgimento dei Paesi vicini
a sostegno delle fazioni in lotta. Il 10 luglio 1999 si è
arrivati alla firma di un cessate il fuoco che non ha messo fine
alle violenze. Secondo alcune stime da parte di organizzazioni
che si occupano di aiuti ai rifugiati, si ritiene che tra i 2
ed i 4,7 milioni di persone siano decedute nel corso del conflitto.
In tal caso esso risulterebbe il più sanguinoso dalla Seconda
guerra mondiale ad oggi. La maggior parte delle vittime sono dovute
alle malattie ed alla sottoalimentazione ma rilevante è
il numero dei caduti a causa dei combattimenti e dei massacri
indiscriminati. Molti orfani poi, vengono arruolati a forza dai
vari contendenti alimentando così l’odioso fenomeno
dei soldati-bambino. Così come sottolineato da più
parti è gravissima l’indifferenza internazionale
in cui si trascina la crisi congolese, che interessa una delle
regione più ricche di risorse minerarie del mondo.