In virtù degli innegabili legami storici e geografici,
l’Africa rappresenta, senza alcun dubbio, una delle priorità
della “politica estera” dell’UE. D’altra
parte, anche l’attuale congiuntura internazionale - caratterizzata
dai rischi connessi al terrorismo internazionale e dagli effetti
sempre più profondi prodotti dai flussi migratori all’interno
della società europea - contribuisce a porre il Continente
africano al centro dell’Agenda europea.
Il 15 Dicembre 2005, il Consiglio ha reso note le linee fondamentali
della “Nuova Strategia” dell’UE per l’Africa.
Tale strategia si sviluppa sul medio periodo e prevede il raggiungimento
dei c.d. Millenium Goals attraverso azioni volte a:
• Garantire pace e sicurezza: in quest’ottica si
dà grande importanza all’attività di prevenzione
dei conflitti e di aiuto ai processi di ricostruzione post-conflict
e di lotta al terrorismo.
• Sviluppare la c.d. good governance: incoraggiando un sempre
più profondo rispetto dei diritti umani, lottando contro
la corruzione ed il crimine organizzato.
• Assistenza allo sviluppo: l’UE si è impegnata
a destinare – entro il 2015 – lo 0,7% del PIL comunitario
in aiuti allo sviluppo. Questo progressivo aumento porterà
risorse aggiuntive per 20 miliardi di Euro l’anno entro
il 2010 e per 46 miliardi di Euro a partire dal 2015; il 50% di
tali aumenti saranno destinati all’Africa.
I principi fondamentali che ispirano l’azione della UE
sono l’ownership e la partnership.
Il principio della “ownership” (appropriazione) consiste
nell’assunzione delle responsabilità in merito al
proprio destino futuro da parte degli Africani e dei loro Governi.
Tale principio si basa su due presupposti: il riconoscimento che
il mancato sviluppo del Continente africano non è solo
la conseguenza dell’eredità del colonialismo ma anche
dell’incapacità politica dimostrata in passato da
numerosi Governi africani, e la convinzione che i modelli di sviluppo
che si è tentato finora di realizzare in Africa hanno sempre
avuto un vizio di fondo: la sostanziale estraneità dei
Governi e della società africana nella loro formulazione.
D’altra parte, l’Africa non dispone di risorse proprie
sufficienti per promuovere lo sviluppo economico e deve perciò
attirare ingenti investimenti, soprattutto dal settore privato,
dai Paesi sviluppati. Di qui l’esigenza di un partenariato
effettivo (partnership) con questi ultimi.
All’interno di questa strategia globale, un posto di primaria
importanza è occupato dal tema della pace e della sicurezza,
in virtù dell’assunto secondo cui non può
esservi alcuno sviluppo economico fino a quando non vi sarà
la pace e non potranno mai esservi pace e sicurezza fino a quando
non vi sarà sviluppo economico. L’U.E. rivendica
un ruolo importante nell’elaborazione di una strategia di
sostegno alle iniziative di pace, incardinata attorno ai quattro
significativi momenti della prevenzione delle situazioni di crisi
(con la costituzione di apposite cellule di early warning), della
gestione del peace keeping, della peace building e, infine, delle
situazioni post – conflittuali. In questo contesto appare
di grande rilievo l’istituzione dell’African Peace
facility (APF) – che ha ricevuto, tramite il Fondo Europeo
per lo Sviluppo (FES), una dotazione di 250 milioni di Euro per
il triennio 2004-2006 – con il compito di contribuire alla
costruzione, nel lungo termine, dell’ Architettura africana
di sicurezza e di fornire appoggio alle operazioni di pace condotte
dall’UA e dalle Organizzazioni sub-regionali africane. L’APF
si articola su 3 pilastri:
• L’African stand-by Force.
• L’Early Warning System, un sistema di raccolta dati
in aree di crisi, in modo da poter intervenire tempestivamente.
• Il Post Conflict Reconstruction, che si trova attualmente
in una fase ancora di progettazione e che dovrebbe gestire le
situazioni post-conflittuali.
Secondo unanimi considerazioni, l’APF si è rivelato
uno strumento molto utile, tanto che in 18 mesi è riuscita
ad impegnare ¾ del suo budget totale, partecipando al finanziamento
della FOMUC (forza di pace multilaterale dispiegata nella Repubblica
Centrafricana sotto l’egida della CEMAC) e, soprattutto,
a quello della missione AMIS in Darfur. In sede europea si sta
pertanto attualmente discutendo circa il suo rifinanziamento su
lungo periodo (2007/2013) e sulle eventuali modifiche da apportare.
Quanto agli aspetti economici, il Continente africano offre
grandi possibilità: nel 2005 il tasso medio di sviluppo
dell’economia africana è cresciuto del 5%, mentre
gli investimenti diretti esteri verso il Continente sono aumentati
del 65,8%. L’UE incentiva l’afflusso di investimenti
dal settore privato in Africa ed auspica, quale strumento di stabilizzazione,
una sempre maggiore integrazione socio-economica tra le varie
regioni africane. Attualmente, si stanno svolgendo i negoziati
tra UE (tramite la Commissione) ed i Paesi africani per la conclusione
degli Accordi di Partenariato Economico (Economic Partnership
Agreements - EPAs) che si ispirano ai principi dello sviluppo
sostenibile, dell’unità e solidarietà tra
i paesi ACP, del trattamento preferenziale, dell’integrazione
regionale, della flessibilità e dell’obiettiva applicabilità
dei nuovi strumenti negoziali e della loro compatibilità
con le norme OMC.
Tali accordi, una volta entrati in vigore, sostituiranno l’attuale
regime di Cotonou (preferenziale non reciproco) a partire dal
1 gennaio 2008 in vista della creazione di un’area di libero
scambio entro il 2020.