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Autunno 2003 - Article

Informazioni della Difesa n.3/2003- L'evoluzione della Difesa Europea

Il quadro di riferimento attuale.
Molto si è detto e scritto, a seguito della crisi irachena, sulla necessità per l’Europa di dotarsi di una reale ed efficace politica estera, sostenuta da una forte difesa comune, in modo da rispondere unitariamente alle possibili crisi mondiali. Al momento però, finché non sarà stata approvata la nuova Costituzione, in materia di politica estera e di sicurezza comune (PESC) e di difesa (PESD), l’Europa può definire solo una “posizione comune” che rispecchia l’impostazione dell’Unione su una determinata situazione internazionale. Spetta quindi agli Stati membri provvedere affinché le loro politiche nazionali siano armonizzate in conformità delle posizioni comuni. L’Unione Europea (UE) può, altresì, adottare “azioni comuni”, come il sostegno ad un processo di pace tra Paesi terzi in conflitto, che vincolano gli Stati membri nelle loro decisioni e nella condotta dell’azione stessa. Questi provvedimenti prevedono la messa a disposizione, su carattere volontario, dei mezzi necessari alla loro attuazione ed al finanziamento della missione a carico del bilancio dell’Unione. Il trattato di Amsterdam ha introdotto poi le “strategie comuni”, che sono decise dai Capi di Stato o di governo riuniti nel Consiglio Europeo, mentre spetta al Consiglio dell’UE, cioè ai ministri degli esteri attuarle, adottando, in particolare, le precedenti azioni comuni e posizioni comuni. Il Consiglio o la presidenza di turno a nome del Consiglio, possono formulare “dichiarazioni” che esprimono la posizione dell’Unione su questioni di politica estera.
In sintesi, esistono alcune posizioni comuni dei 15 su determinate questioni in materia di Affari Generali e le azioni diplomatiche di coordinamento, con i poteri limitati di cui dispongono il Segretario Generale/Alto Rappresentante (Javier Solana) e il responsabile per le relazioni esterne della Commissione (Chris Patten), il che è lungi dal costituire una politica estera europea.
Valéry Giscard d’Estaing, presidente della Convenzione deputata a stilare la nuova Costituzione europea, in un’intervista del 30 gennaio scorso, in piena crisi irachena, ha commentato: “La nostra politica estera non esiste ancora. Pertanto il comportamento dei governi differisce (…). E’ dovuto a ragioni storiche, culturali ed anche alla differenza di interessi. Non è una situazione ideale. Ma sono convinto che riusciremo progressivamente a trovare un punto d’incontro”.

Il processo evolutivo della Difesa Europea
Il concetto di difesa europea ha ripreso forza agli inizi degli anni ’90, dopo la sfortunata esperienza della Comunità Europea di Difesa (CED) fatta abortire nel 1954 dalla Francia che pure l’aveva proposta (fig. 1). In pratica i Paesi Europei della NATO, aderenti all’UE, decisero di rendere più qualificante il proprio contributo all’Alleanza e nel contempo assumere maggiori responsabilità per quanto riguardava la difesa e la sicurezza comuni. Tale approccio, che e’ alla base dell’Iniziativa Europea di Sicurezza e Difesa (ESDI) della NATO, rilanciata nel vertice di Washington del 1999, si incentrava su:
• centralità del legame transatlantico, dove l’Alleanza resta lo strumento della sicurezza europea;
• principio delle forze “separabili ma non separate” che la NATO potrebbe mettere a disposizione per operazioni a guida europea;
• concetto del Combine Joint Task Force (CJTF) per la costituzione di appositi HQs in operazioni multinazionali;
• identificazione del Deputy SACEUR (posizione sempre ricoperta da un Generale europeo) quale responsabile della pianificazione operativa e la gestione di operazioni europee con l’impiego di assetti NATO.
I principali “passaggi” di questo lungo processo evolutivo sono legati al già citato Trattato di Amsterdam del 1997, che afferma la volontà dell’UE di dotarsi di un’autonoma capacità di intervento nella missioni di Petesberg (gestione delle crisi, operazioni umanitarie e di supporto della pace), alla dichiarazione di St.Malo’, a seguito del vertice anglo-francese del dicembre 1998, con la quale sono state superate le resistenze britanniche alla costruzione della difesa europea ed alle dichiarazioni finali emanate dal Consiglio Europeo negli ultimi anni. Di queste ultime, in particolare, si evidenziano le seguenti:
• ad Helsinki, nel 1999, gli Stati membri si sono impegnati a sviluppare, evitando duplicazioni non necessarie con la NATO, le capacità necessarie per condurre le missioni di Petesberg (fig. 2) in sostegno alla PESC. Per fare ciò è stato individuato un “Headline Goal” (obiettivo di capacità) che prevede la costituzione di una forza, entro il 2003, capace di dispiegare entro 60 giorni e sostenere per almeno un anno, fino a 50000-60000 uomini, in grado di affrontare l’intera gamma delle citate missioni di Petesberg;
• a Laeken, nel 2001, è stato annunciato il conseguimento di una limitata capacità operativa iniziale. Lo sviluppo dei mezzi e delle capacità di cui potrà disporre nel futuro l’Unione sono la premessa per consentirle di svolgere, progressivamente, operazioni sempre più complesse;
• a Copenhagen, nel dicembre 2002, l’Unione ha espresso la volontà di intervenire in FYROM (1), previo accordo con la NATO, e la disponibilità a guidare, nel prossimo futuro, una missione militare in Bosnia. Il Consiglio Europeo ha preso atto altresì degli accordi sul “Berlin plus”.
Il 13 dicembre 2002 il Consiglio Atlantico ha infatti approvato il citato “Pacchetto Berlin plus” che realizza quella complementarietà e non duplicazione (le cosiddette 3D: no duplication, no decoupling, no discrimination) prevedendo la possibilità dell’UE di accedere alle risorse collettive della NATO, comprese le capacità di pianificazione, con particolare riferimento all’identificazione di una gamma di opzioni di comando Europee per una operazione a guida UE, sviluppando ulteriormente il ruolo del Deputy SACEUR. La successiva approvazione di una dichiarazione congiunta sulla PESD, da parte dell’Alleanza e dell’Unione del 16 dicembre 2002, ha portato a compimento l’architettura formale concordata tra le due Organizzazioni, superando ogni ostacolo politico alla cooperazione bilaterale ed aprendo la strada alla sua concreta messa in opera.
A seguito di questi ultimi provvedimenti, il 31 marzo scorso ha preso avvio l’operazione “Concordia” in FYROM (2), la prima missione a guida europea con l’uso di assetti NATO. Agli ordini del Generale francese Maral, Comandante in Teatro della forza, sono impegnati circa 350 uomini provenienti da 13 Stati membri dell’Unione ed altrettanti Paesi non UE (fig. 3).

Possibili sviluppi
Molto rumore, critiche, condivisioni, perplessità ha sollevato la proposta belgo-franco-tedesca, condivisa dal Lussemburgo, per dare un nuovo “impeto” alla costruzione della difesa europea. L’iniziativa, formalizzata in quello che è stato definito il “minivertice a quattro” del 29 aprile scorso, anche se è apparsa ai più politicamente prematura, considerate le recenti tensioni con l’Amministrazione USA, velleitaria per quanto riguarda la proposta di creare un SM Operativo dell’Unione nel brevissimo termine (per la temuta duplicazione con la NATO), a carattere strumentale per esigenze interne di qualche Paese partecipante (Francia) o di carattere elettorale (Belgio), andrebbe analizzata con molta attenzione e senza preconcetti. Ciò al fine di evidenziare più gli aspetti positivi che potrebbero derivarne con il miglioramento delle capacità militari dell’UE, nell’ottica di una efficace e paritetica collaborazione transatlantica, anziché rimarcare possibili differenziazioni o la volontà di minare alle sue basi la NATO. Le conclusioni a cui giungono i “quattro” non costituiscono, infatti, delle novità in senso assoluto in quanto si tratta di concetti in gran parte ripresi dai lavori della Convenzione, dalle conclusioni di precedenti riunioni bilaterali (segnatamente del vertice franco-tedesco dello scorso novembre), da iniziative personali del Premier belga (lettera a Chirac e Blair del luglio 2002, proposta di costituire unità comuni sulla base di pregresse esperienze nazionali, ecc.), dall’aspirazione di favorire determinati “segmenti” dell’industria europea degli armamenti facenti capo ad alcuni promotori dell’iniziativa.
Sono quattro le linee direttrici emerse nel citato vertice di Bruxelles per rilanciare la PESD: consolidare il pilastro europeo all’interno dell’Alleanza Atlantica riaffermando altresì il legame con gli USA, inserire nel futuro trattato costituzionale della UE una politica di sicurezza e difesa credibile, lanciare il concetto di un’Unione Europea per la Sicurezza e la Difesa (UESD), impegnarsi ad attuare sette misure concrete per rendere immediatamente operativa una cooperazione rafforzata fra i Paesi interessati. In particolare, le misure individuate sono:
• capacità di Reazione Rapida europea basata su un nucleo da costituirsi attorno alla Brigata franco-tedesca;
• comando europeo per il trasporto strategico disponibile sia per operazioni UE che dell’Alleanza (entro il giugno 2004);
• quartier generale europeo per il dispiegamento, entro due anni, di una forza multinazionale per operazioni congiunte sotto bandiera UE o NATO;
• “capacità europea” contro le armi NBC per la protezione delle unità e della popolazione civile;
• centro di addestramento europeo;
• rafforzamento della capacità europea per la pianificazione e la conduzione delle operazioni, anche senza assetti NATO;
• sistema di primo aiuto umanitario immediato nel caso di disastri.
Gli aspetti di “frizione” con gli USA e alcuni Partners dell’Unione riguardano il concetto delle “cooperazioni rafforzate”, la “clausola di solidarietà” che permetta di affrontare qualsiasi rischio concernente l’UE (percepito come “antagonista” dell’art. 5), la costituzione di un Comando di pianificazione europeo (inteso come una duplicazione non prevista dal “Berlin plus”), i vincoli posti all’adesione di altri Stati membri (partecipazione al programma A400M).
In ogni caso, se l’iniziativa dei quattro, che essi paragonano alla “Dichiarazione di St.Malo’” che consentì di avviare praticamente lo sviluppo della Difesa Europea, verrà riportata nell’ambito della più consona discussione istituzionale a 15, come chiesto a più riprese dall’Italia, e se si rinuncerà a talune pregiudiziali “nazionalistiche”, può costituire un’utile piattaforma di base per indirizzare lo sviluppo delle capacità militari e per il reperimento delle risorse necessarie (umane e materiali) necessarie ad individuare il futuro modello di sicurezza europeo che dovrà, comunque, essere incentrato sulla specializzazione delle forze. Bisogna infatti osservare che:
• la NATO è un’organizzazione sempre più orientata alla sicurezza globale anziché alla difesa collettiva regionale (art. 5) anche se quest’ultimo aspetto rimane la sua ragione di esistere. In tale ottica gli spazi per azioni dirette dell’UE, concordate od autonome, aumentano specie in quella fascia di operazioni (aiuti umanitari, NEOs (3), peacekeeping, ecc.) dove l’approccio “filosofico” dell’Unione, fondato sugli aspetti legali sanciti dalle Nazioni Unite (fig. 4), è di più facile accettazione per le varie opinioni pubbliche;
• l’UE è una realtà in crescita ed è quindi logico che voglia assumere maggior peso politico, responsabilità e visibilità internazionale. Ne consegue un rinnovato impegno anche nel settore della Politica estera e della Difesa senza mettere in discussione il legame transatlantico. Pertanto il processo dell’ESDI, così come sviluppatosi dopo il Vertice di Washington del 1999, andrebbe ridefinito sulla base dei progressi ottenuti con il “Berlin plus”. Quest’ultima iniziativa costituisce un punto di partenza e non di arrivo nelle relazioni tra le due organizzazioni (NATO e UE) e stabilisce la possibilità per l’Unione di avvalersi delle capacità di pianificazione dell’Alleanza non l’obbligo di utilizzare tale risorsa in ogni caso;
• l’UE ha la necessità di dotarsi di uno strumento di pianificazione strategica per approntare una propria pianificazione generale partendo dal presupposto che quella della NATO non si adatta alle esigenze ed alle procedure in uso o in via di definizione nell’Unione. In ogni caso, tenuto conto che si parte sempre da un unico set di forze e di risorse, le due pianificazioni, realizzate indipendentemente, vanno ad un certo punto confrontate per trovare il punto di incontro e sovrapposizione, al fine di ripartire le disponibilità esistenti realizzando così quella complementarietà tra le due organizzazioni tanto declamata ma finora mai perseguita. La proposta di costituire uno Stato Maggiore di pianificazione appare pertanto logica, nell’ottica dei “quattro” per salvaguardare l’autonomia decisionale dell’Unione anche se si tratta di una duplicazione che comporta dei costi aggiuntivi. Peraltro, nel caso in cui la Francia decidesse di rientrare nella struttura militare integrata della NATO questa pregiudiziale potrebbe essere facilmente superata.
Jacque Delors, che sta lavorando alla stesura della nuova Costituzione europea (di auspicabile approvazione a Roma nel prossimo autunno), ha sottolineato come gli avvicinamenti verso una politica estera comune sono lenti e progressivi e che inizialmente solo una parte degli Stati membri, attuali e futuri, potrebbe parteciparvi. Nel 2020 l’Unione Europea potrebbe essere composta da 35 Paesi. Se si consolida la pace, la stabilità ed il progresso economico in detto spazio, nel rispetto delle identità nazionali, sarà un successo storico. Ma la PESC e la PESD non potranno costituirsi in 35 entro una scadenza prevedibile e la “differenziazione” tra gli Stati, che non significa cooperazioni potenziate e ancora meno di avanguardia, svolgerà il suo ruolo.

Brussels, 12/05/2003


Brig. Gen. Sergio Giordano
Consigliere Militare presso la
Rappresentanza Permanente
Italiana all’UE - Bruxelles


NOTE
(1) FYROM: Former Yugoslavia Republic of Macedonia.
(2) Il 31 marzo 2003 ha preso avvio l’operazione militare dell’UE in FYROM. Essa si fonda sulla risoluzione 1371 del Consiglio di Sicurezza delle N.U. e, su esplicita richiesta del governo macedone, la finalità dell’operazione è quella di apportare un ulteriore contributo alla creazione di un contesto di stabilità e sicurezza che permetta al governo di attuare l’accordo quadro di Ohrid dell’agosto 2001. L’operazione subentra a quella della NATO, l’ Allied Harmony, giunta al termine. La durata prevista dell’operazione diretta dall’UE è di sei mesi.
(3) NEOs: Non-Combatants Evacuation Operations.

Fig. 1
LA COMUNITA’ EUROPEA DI DIFESA (CED).

Il piano Pleven, dal nome dell’allora presidente del Consiglio francese, prevedeva la creazione di un esercito europeo integrato sotto un comando comune. Esso fu oggetto di negoziazione in ambito CECA dal 1950 al 1952 e porto’ alla firma del trattato che istituiva la CED. Il tentativo falli’ perche’ il progetto non fu approvato proprio dall’Assemblea nazionale francese il 30 agosto 1954.
Il trattato CED prevedeva una separazione di competenze tra cio’che era comune e cio’ che doveva restare a livello di ogni Stato membro. In particolare la difesa interna rimaneva di competenza dei singoli Stati come pure i territori extra-europei (siamo ai tempi della guerra di Indocina).
Per quanto concerne le forze, l’unita’di base nazionale, per la componente terrestre, era la Divisione con un contingente composto da 13 a 15000 uomini. L’integrazione avveniva a livello di Corpi d’Armata. La Marina avrebbe messo a disposizione solo la componente costiera mentre era prevista l’ integrazione a livello Stati Maggiori. Le unita’ di base nazionali dell’aeronautica erano invece gli stormi (da 48 a 75 velivoli) che venivano integrati in contingenti del livello superiore.


Fig. 2
LE MISSIONI (COMPITI) DI PETESBERG
La Dichiarazione di Petesberg del 19 giugno 1992 era la base per lo sviluppo dell’Unione Europea Occidentale (UEO), ora “congelata”, in quanto componente della difesa dell’UE e strumento per rafforzare il pilastro europeo della NATO. Gli Stati membri avrebbero messo a disposizione dell’UEO unita’ tratte dalle proprie forze convenzionali per condurre missioni, oltre al contributo alla difesa comune in applicazione dell’art. 5 del Trattato di Washington, di carattere umanitario o di evacuazione di persone, di mantenimento della pace e di gestione delle crisi nonche’ operazioni di ripristino della pace.
Le missioni di Petesberg sono state incluse dal Trattato di Amsterdam nel nuovo Trattato dell’UE.


Fig. 3
FYROM – OPERAZIONE “CONCORDIA”
Schema con i Paesi partecipanti alla missione

Fig. 4
Il Consiglio Europeo di Bruxelles del 24 e 25 ottobre 2002 ha sancito che l’Unione stabilisce ed attua una politica estera e di sicurezza i cui obiettivi sono i seguenti:
• difesa dei valori comuni, degli interessi fondamentali, dell’indipendenza e dell’integrità dell’Unione conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite;
• rafforzamento della sicurezza dell’Unione in tutte le sue forme;
• mantenimento della pace e rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne;
• promozione della cooperazione internazionale;
• sviluppo e consolidamento della democrazia e dello stato di diritto, nonché rispetto dei diritti dell’uomo, e delle libertà fondamentali.


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