IL CREMLINO SFIDA L’EUROPA di SERGIO SERGI
L’UNITA’, 23 ottobre 2006
Chi un po' lo conosce poteva immaginare che Vladimir Putin
non sarebbe
sbarcato a Lahti, a mezz'ora di volo dalla sua ex Leningrado,
a mani in
alto.
Sarà, magari in seguito, tutta da scoprire la ragione
vera per cui la
presidenza di turno del finlandese Vanhanen abbia voluto, quasi
insistentemente, invitare alla cena della «Sibelius Hall»
il capo del
Cremlino che tutto aveva voglia fuorché di farsi fare
la lezione.
Ormai cosa fatta capo ha e la reazione di Putin che rimanda
al mittente
occidentale le accuse di corruzione, mafia, e di statalismo
la dice lunga su
come si dovrebbe o non si dovrebbe dialogare con Mosca. Certo,
Putin non
poteva pretendere le sviolinate, in omaggio al compositore finnico
cui è
intitolata la sala in cui si è svolto il summit. Ma di
sicuro non era nello
stato d'animo, e nella convinzione, di dover subire dagli europei
un
pressing a senso unico. E, dunque, si è comportato da
capo del Cremlino. Da
leader di una grande nazione. Si dirà: è stato
grossolano, quasi come Nikita
Krusciov che si tolse la scarpa e la sbattè sul banco
dell'Onu. Rispedire
nel campo avverso, in particolare in Italia, l'accusa di Paese
mafioso, e in
generale le contestazioni che è solito vedersi ricevere,
è ovviamente una
tattica sempre utile. Anche perché, nel caso specifico,
non si è inventato
nulla. La mafia ci riguarda, la Spagna è alle prese con
un'ondata
preoccupante di corruzione affaristico politica e non ha nemmeno
del tutto
torto il presidente russo a ricordare che esiste, nell'ex Jugoslavia,
un
problema che si chiama Serbia. E molti leader europei, ad ascoltarlo,
stavano quasi per soffocare con il boccone in gola.
Dunque, l'Europa, l'Unione europea, avrebbe dovuto sapere che
il rapporto
con la Russia è difficile e complesso. Qui, per intenderci,
non è ovviamente
il caso di riproporre l'approccio assecondante che, per esempio,
venne
scelto dall'allora presidente di turno dell'Ue, Silvio Berlusconi,
che si
beccò una censura del Parlamento europeo tacciando come
«leggende» le verità
sull'azione violenta delle truppe russe in Cecenia. Altra storia,
che può
riguardare soltanto un tipo di politica estera da Golfo Aranci:
quella che
diede per imminente l'adesione di Mosca alla Nato e all'Ue mentre
l'ingresso
fu uno solo, quello a Villa Certosa del premier russo e dei
suoi cari. Le
relazioni tra Unione europea e Russia sono molto ma molto più
serie. In
verità, qualcuno più avvertito, tra gli europei,
è sembrato esserci tra i
commensali di Lahti. Per esempio la cancelliera tedesca Angela
Merkel che ha
calcato il tono sulla distinzione tra affari e politica, tra
partnership
industriale e partenership politica. E, a quanto pare, anche
Tony Blair. Ma
ci si chiede: davvero Vladimir Putin si può permettere
di alzare i toni con
i partner dell'Ue? Per quanto ci riguarda, la risposta è
affermativa. Il presidente russo avrebbe potuto, se avesse veramente
avvertito una
propria debolezza congiunturale, trovare una scusa e rinunciare
al viaggio e
alla cena. Invece si sente forte. E non ha tutti i torti. Perché
se è vero
che, come ha detto a Lahti il birichino presidente del Parlamento
europeo
che ha scatenato la controffensiva del presidente russo, la
Russia non può
«mangiarsi il gas» ma deve venderlo, è anche
vero che Putin è in grado di
assestare colpi politici ad effetto. La partita energetica e
la sacrosanta
battaglia per il rispetto dei diritti umani devono andare di
pari passo
oppure ci possono essere due percorsi differenti? Il legame
è imperativo
oppure è consigliabile, per l'Europa, delineare una strategia
che attenui la
propria dipendenza energetica con un negoziato che non mortifichi
Putin e
che, al tempo stesso, lo conduca per mano a compiere scelte
nuove in tema di
diritti e democrazia? C'è una ragione ulteriore che dovrebbe
consigliare
politiche di lungo respiro. È proprio deciso che Putin
lascerà nel 2008 il
Cremlino perché non più eleggibile per la terza
volta? Secondo quel che si
sente a Mosca, non è fantasia l'ipotesi che tra breve
possa emergere la
richiesta di un cambio della regola costituzionale, magari su
pressante
richiesta delle Regioni o della stessa Duma e che, di conseguenza,
consenta
all'ex colonnello dei servizi di sicurezza di restare al potere
per un altro
lungo periodo. Come non è solo fantasia l'ipotesi che
la Russia di Putin e
la Bielorussia di Lukascenko possano, presto, riunificarsi o
confederarsi.
Tutto questo interessa direttamente gli europei. Certamente,
una cena con
Lukascenko risulterebbe davvero più indigesta.