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23 October 2006
La Repubblica - La debolezza della Ue davanti allo Zar del gas - from Andrea Bonanni


L´OCCIDENTE e LO ZAR DEL GAS
La debolezza della Ue davanti allo zar del gas
ANDREA BONANNI


È stata dura, ma istruttiva, la cena dei capi di governo europei con Putin, che ha concluso il vertice della Ue a Lathi, in Finlandia. L´Europa, abituata ad affrontare i dilemmi morali da una posizione di forza, ha infatti scoperto quanto sia arduo trovare un compromesso tra etica e politica stando in una posizione di debolezza. Un conto, infatti, è tenere fuori dalla porta la Serbia perché non consegna i suoi criminali di guerra, o impartire lezioni di democrazia alla Turchia.

Ben altra impresa è fissare l´asticella del politically correct di fronte a un signore che controlla un terzo dei consumi energetici europei.
Da questo punto di vista, è istruttiva la lettera riservata che il presidente della commissione, Barroso, ha inviato ai capi di governo per riassumere il senso dell´incontro di Lathi. Dopo aver spiegato di aver speso molto tempo a lavorare con i paesi dell´Est "per farsi carico delle loro preoccupazioni in modo che, pur restando fermi sui nostri valori sui nostri interessi, la cena col presidente Putin non diventasse troppo litigiosa", Barroso spiega quanto il leader russo sia stato disponibile a risolvere il contenzioso economico, ma intrattabile per quanto riguarda la politica estera di Mosca o le critiche sul rispetto dei diritti umani.
"Putin - scrive Barroso - ha chiarito che l´Ue è un partner essenziale per la Russia. Ha riconosciuto la dipendenza della Russia dalla Ue e ha detto che non dovremmo aver paura per la nostra dipendenza energetica, garantendo continuità nelle forniture". Tuttavia "ha reagito più duramente sulla Georgia dicendo di temere un conflitto armnato e un massacro. In generale ha lasciato l´impressione di volere buone e strette relazioni con noi, ma senza alcuna disponibilità ad accettare i nostri punti di vista nelle questioni sulle quali siamo in disaccordo".
L´atteggiamento di Putin, insomma, è lineare: egli riconosce di aver bisogno dell´Europa, dei suoi prodotti e delle sue tecnologie, almeno quanto l´Europa ha bisogno del gas e del petrolio russo. E tuttavia, non ha alcuna intenzione di sottoporsi alla trafila di esami e di lezioni che l´Europa ha imposto agli ex paesi comunisti candidati all´adesione.
Molto meno chiaro e lineare è invece l´atteggiamento degli europei. Da una parte, infatti, l´Ue ha bisogno del gas russo (e i paesi dell´Est europeo, che sono i più critici verso le politiche del Cremlino, sono anche i più dipendenti dalle sue esportazioni energetiche). Dall´altra ha un interesse vitale a che un vicino così potente e ingombrante evolva in senso democratico e, soprattutto, pacifico: due percorsi tutt´altro che scontati.
Quando si tratta di energia, il vecchio continente ha una lunga e non gloriosa tradizione di ambiguità e di doppiopesismo. Ha fatto affari con Gheddafi mentre questi faceva uccidere dissidenti libici in Europa. Ha voltato la testa dall´altra parte quando il governo algerino ha cancellato elezioni vinte dai radicali islamici. Ha commerciato con l´Iraq di Saddam e tuttora commercia con l´Iran di Ahmadinejad. Intrattiene rapporti fruttuosi con le monarchie assolutiste della penisola arabica. Ma con la Russia di Vladimir Putin non può e non vuole cedere alla logica della Realpolitik. E questa è una cosa che il Cremlino non riesce a capire perché il gas algerino o il petrolio libico non puzzano, mentre quelli che vengono dalle steppe siberiane devono avere, oltre che il giusto numero degli ottani anche il marchio di politically correct?
La risposta a questa domanda è solo in parte razionale, mentre in parte tocca le radici profonde, emotive, dell´irrisolta identità europea. Appare logico, infatti, l´interesse dell´Ue ad avere una Russia pienamente democratica e aliena quanto più possibile da avventure militari come quella cecena o quella che si potrebbe prospettare in Georgia. D´altra parte, sempre sul piano razionale, si potrebbe anche osservare che un «uomo forte» come Putin garantisce stabilità all´interno di un Paese straziato da contraddizioni potenzialmente esplosive, e riesce, almeno per ora, a controllare la galassia instabile delle repubbliche asiatiche dove lo scontro tra Islam e Occidente potrebbe assumere dimensioni catastrofiche.
Ma il vero motivo per cui l´Europa non riesce ad accettare una involuzione autoritaria del vicino russo tocca la nostra storia e la nostra identità. Da una parte, infatti, pur senza volerli integrare nell´Ue, non riusciamo a non vedere i russi come europei, come membri a pieno titolo di quella grande famiglia in cui tutti ci riconosciamo. Dall´altra, anche se questo aspetto della nostra identità non è stato ancora pienamente analizzato, la nuova Europa a Ventisette è figlia del superamento della Guerra Fredda almeno quanto la piccola Europa delle origini era figlia del superamento della II Guerra Mondiale. Possiamo anche accettare che la Russia di Putin si ammanti, nei simboli e nel linguaggio, della dubbia «grandeur» dell´Unione Sovietica. Ma, giustamente, non possiamo accettare che ne riscopra l´animo totalitario, militarista e anti-democratico. La nostra nuova identità di europei coincide con la sconfitta di quel modello e con il trionfo dei nostri valori, che oggi vorremmo universali. Se la Russia dovesse tornare indietro, si poterebbe con sé anche un pezzo della nostra anima e cinquant´anni della nostra storia. E questo è un prezzo che nessun barile di petrolio potrà mai pagare.

 

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