«Sul Libano sono preoccupato»
D'Alema condanna gli slogan e i roghi del corteo di Roma: molto
grave E su Israele: nella maggioranza c'è anche chi pensa
l'opposto del Pdci
ROMA — «È molto grave» dice Massimo
D'Alema dei fantocci bruciati al corteo di ieri a Roma, organizzato
a sostegno della causa palestinese. La sua condanna non è
una revisione della linea che ha tenuto finora. È una
reazione automatica da parte di uno che contro l'estremismo
di sinistra combatteva già negli anni 70. Insoliti, tra
le risposte che il vicepresidente del Consiglio e ministro degli
Esteri fornisce a al Corriere, sono altri accenti. «La
crisi del governo di Fouad Siniora rende ancora più delicata
la missione in Libano», riconosce durante un'intervista
di un'ora e mezza a Palazzo Chigi. «Sono preoccupato»
ammette. Ma proprio per questo D'Alema ritiene di dover insistere,
soprattutto con Israele e i palestinesi, sulla via maestra della
sua politica estera: «Vogliamo prendere un'iniziativa
per fermare la spirale di guerra. Gli americani sono in una
fase di
impasse. In Medio Oriente è essenziale l'azione dell'Europa».
A Roma un gruppo di fanatici ha bruciato i manichini di un soldato
italiano che portava un fascio littorio, di un israeliano con
la scritta «Nazi-sionista» e di un americano. Gridavano
«Dieci, cento, mille Nassiriya». Anche «D'Alema
boia». Normale dialettica democratica?
«Una cosa sono le manifestazioni nelle quali si pongono
problemi al governo, lo si sollecita a fare di più. Rientrano
nella normale dialettica democratica. Non ne fanno parte cortei
nei quali si grida "Dieci, cento, mille, Nassiriya".
Le forze politiche dovrebbero prendere le distanze da manifestazioni
nelle quali si urlano slogan del genere che offendono il nostro
Paese e Paesi amici. Il che è molto grave».
Renzo Gattegna, dell'Unione delle comunità ebraiche italiane,
aveva definito uno «squilibrio irragionevole» che
alcune forze di governo andassero a un corteo schierato da una
parte sola. Secondo lei era opportuno?
«Su un tema che tocca così profondamente l'opinione
pubblica esistono idee diverse e legittime, evidente. Anche
nella maggioranza ci sono posizioni con un segno esattamente
opposto a quello del Pdci».
Si riferisce alla Margherita, alle sue scelte a favore di Israele?
«No, penso a tante singole personalità. Furio Colombo
è un senatore della maggioranza. Gianni Vernetti è
sottosegretario. Poi la valutazione va data sulla politica complessiva
del governo».
Emanuele Fiano, deputato del suo partito, i Ds, non è
andato al corteo di Milano sul Medio Oriente perché trova
«non condivisibile l'azzeramento dei trattati di cooperazione
con Israele». Lei, da ministro, davvero rinuncerebbe a
quei trattati?
«Ho letto Piero Fassino sul Corriere: non mi sembra proprio
che i Ds ne propongano l'azzeramento».
Lo chiedeva la piattaforma del corteo.
«Non so di che cosa parla. Non mi occupo di questi cortei,
come vede sono qui a Palazzo Chigi. Ho fiducia nell'equilibrio
del segretario del mio partito. Inquietante...».
Inquietante?
«... è che il ministro degli Esteri spesso possa
essere fatto passare per estremista antisemita mentre riporta
soltanto le posizioni dell'Unione Europea. All'Assemblea generale
dell'Onu è stato approvato un documento che condanna
la strage di Beit Hanun (19 palestinesi uccisi per errore dalle
forze israeliane,
ndr), chiede di fermare gli attacchi su Gaza e il lancio di
razzi Qassam palestinesi. Il governo di Israele non ha gradito
e in Italia alla destra quella posizione appare ingiusta».
Non è che chiunque sostenga Israele è di destra.
A lei pare così?
«No, è che la destra italiana ha reagito negativamente.
Gianfranco Fini ha detto: non c'è niente da fare perché
tanto da parte araba non c'è la volontà di fare
la pace. Questo giudizio a quale politica porta? All'attuale
spirale di violenza. Mi pare sconcertante».
L'uomo di George W. Bush all'Onu, John Bolton, ha ricordato
che gli Usa avevano posto il veto sulla proposta di risoluzione
perché puntava a inviare una forza multinazionale a Gaza.
Non era un'idea anche sua?
«Considero la scelta di Bolton sbagliata e sono in buona
compagnia. Poi dalla risoluzione quella forza era soltanto ipotizzata.
Non so se era una mossa di Bolton, un falco, o un cambiamento
della linea americana. Non è neppure la linea del governo
israeliano, che è meno chiusa. Siamo attenti all'estremismo
di parte araba, ma ci sono estremisti anche dall'altra parte».
Chi ha in mente?
«Quando sento il vice primo ministro di Israele, Avigdor
Lieberman, dichiarare che bisogna eliminare i membri del governo
palestinese mi preoccupo. Vedo che alcuni parlamentari israeliani,
leggo tra virgolette, chiedono al premier di "fermare la
follia di Lieberman e di licenziarlo". Però adesso
è il vice premier
di Israele, ha teorizzato la deportazione in massa dei palestinesi
oltre il Giordano. Noi vogliamo prendere un'iniziativa per fermare
la guerra».
Con l'Iran, che si prefigge di cancellare Israele dalla mappa
del mondo?
«Vogliamo un'iniziativa europea, non "con l'Iran".
Detto questo sarebbe assurdo non parlare con l'Iran, un grande
Paese, anche se bisogna farlo, e lo facciamo, con franchezza.
Ho ribadito al suo viceministro degli Esteri che quegli attacchi
a Israele sono fattori di grave destabilizzazione».
In Libano si sono dimessi cinque ministri sciiti, compresi i
ministri di Hezbollah. Se salta l'equilibrio fondato sul governo
di Fouad Siniora è un problema grosso per la missione
Unifil nella quale abbiamo oltre duemila militari. Lo avete
detto venerdì al viceministro iraniano Saeed Jalili?
«Siamo io e Prodi che l'abbiamo sollecitato su questo
punto, le buone intenzioni dell'Iran vanno seguite dalla prova
dei fatti. E Prodi ha detto anche al presidente siriano che
sosteniamo Siniora, gli ha chiesto che non ci sia un'azione
destabilizzante. Le speranze che erano state aperte dalla fine
della guerra in Libano non hanno dato i frutti che ci eravamo
augurati».
Non è una constatazione da poco.
«Sono preoccupato, il quadro è tutt'altro che roseo.
Il mio auspicio è che le elezioni americane non penalizzino
le capacità di iniziativa americana in senso isolazionista.
Sarebbe un vero guaio. Perciò l'Italia ha un ruolo attivo
per aprire tutti gli spiragli di pace. Si è ironizzato
sul ministro degli Esteri che vorrebbe fare "la pace mondiale".
Su pace e guerra, invece, io non riesco a fare spirito».
MAURIZIO DI LORETI / E MBLEMA