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16 January 2007
L'Unità - Ma quale antiamericanismo - from Umberto Ranieri




Ma quale antiamericanismo

di Umberto Ranieri

Nelle critiche rivolte dal centro destra all'indirizzo di politica estera del governo italiano, lascerei perdere gli pseudoargomenti cui alcuni hanno fatto ricorso. È difficile per esempio replicare a chi sostiene che l’Italia si accoda a Francia e Spagna «per allontanare gli Usa dal mediterraneo» alla ricerca di una «alleanza euroaraba per isolare Israele». La grossolanità di simili posizioni suscita scoramento. Ma tant’è. È appena il caso di ricordare che il governo italiano lavora per un saldo rapporto tra Europa ed Usa consapevole che esso è indispensabile per affrontare complessi e spinosi problemi che si pongono nel Medio Oriente. In quanto ad Israele, l’impegno per la sua sicurezza costituisce una priorità politica e morale della nostra politica estera. I militari italiani, con il consenso dell’intero parlamento, stanno nel sud del Libano anche per impedire che i razzi di Hezbollah minaccino il nord della Galilea. Altro che strizzatine d’occhio ad Hezbollah!
E veniamo alla questione che merita, per la sua drammaticità, una seria riflessione: il modo in cui, nel discorso alla nazione, il presidente Bush ha affrontato la questione Iraq. Messo sempre più alle strette - dopo aver oltrepassato la soglia dei 3000 soldati Usa caduti, aver perso le elezioni di mid term dello scorso novembre, e aver subito l'implicita sconfessione del suo operato con la pubblicazione del rapporto Baker-Hamilton - il presidente Bush, parlando alla nazione, ha delineato una nuova ricetta per l'Iraq. Una «svolta strategica» l'ha definita. Una svolta che dovrebbe consentire di «vincere il conflitto». In realtà sono in molti a ritenere che le scelte annunciate dal presidente non muteranno i termini della situazione. Ed è appena il caso di ricordare che gli scettici sulla efficacia del nuovo piano non sono tutti collocabili tra gli avversari politici di Bush.
Secondo il senatore repubblicano Hagel, l'invio di nuovi soldati americani in Iraq rischia di essere il più grave errore della politica estera americana dai tempi del Vietnam. E così la pensano molti altri suoi colleghi. Se le cose stanno così, c'è da sperare che in Italia non ci sia chi insista nel liquidare le perplessità e i dubbi sulle scelte della Casa Bianca come frutto «dell'irresponsabilità del politicantismo». Sarebbe bene che, anche in Italia, si riuscisse a riflettere seriamente sulle conseguenze delle scelte cui si orienta, per quanto riguarda l'Iraq, l'amministrazione Bush nella ultima fase del suo mandato. E soprattutto non si ricorresse alla solita accusa di antiamericanismo che caratterizzerebbe la politica estera del ministro D'Alema. Su questo punto credo siano da considerare conclusive le parole di Michael Walzer, il filosofo politico autore de La libertà e i suoi nemici e studioso della «guerra giusta», quando ricorda che «dalle posizioni espresse dal Presidente Bush sull'Iraq dissentono oggi negli Stati Uniti i due terzi degli elettori ed alcuni leader repubblicani». Quello del governo italiano, aggiunge Walzer (che non risparmia poi critiche agli europei) è tutt'altro che antiamericanismo, «lo dimostra il fatto che gli italiani sono rimasti in Afghanistan e hanno mandato truppe in Libano». E torniamo all'esame della «svolta strategica» annunciata da Bush. Essa si compone di due fasi. La prima avviata a cavallo del nuovo anno ha visto la sostituzione dell’ambasciatore Usa a Baghdad Zalmay Kalizad, un sunnita di origini afgane chiamato a rappresentare gli Usa all'Onu, con Ryan Crocker, un arabista, ambasciatore di carriera, con ottima esperienza di mondo islamico; cambio anche per il comandante in capo delle Forze Usa con l'uscita del generale Casey sostituito dal generale Petraeus, specialista di controguerriglia.
A completare il quadro degli avvicendamenti si aggiunge la nomina di un nuovo comandante operativo delle forze Usa in Iraq, il generale Odierno, già consigliere militare di Condoleeza Rice. Si tratta di figure contraddistinte da un forte pragmatismo, tratto distintivo di quel realismo di stampo kissingeriano cui si ispira il rapporto Baker-Hamilton. Nella seconda fase della cosiddetta «svolta strategica» tuttavia, realismo e pragmatismo sono stati abbandonati. Bush ha riproposto un approccio ancora imperniato sulla opzione militare. Oggi la situazione irachena emerge in tutta la sua drammaticità. L'escalation non porterà fuori dal pantano. L'invio di nuove truppe, sostiene Daniel Pipes, uno dei massimi esponenti dell'intellettualità neoconservatrice, va in direzione opposta. Gli esperti e gli studiosi di questioni militari sostengono che per battere una insurrezione del tipo di quella in atto in Iraq sarebbe necessario avere almeno un soldato ogni venti persone. Baghdad da sola ha sei milioni di persone e l'intero Iraq ne ha quattro volte tanto! Ecco come stanno le cose sul terreno. E a scriverlo è il generale Petraeus chiamato in queste settimane da Bush ai vertici delle Forze militari americane in Iraq. Al punto cui sono giunte le cose, l'unica strategia che potrebbe permettere di contenere il collasso e scongiurare la guerra civile aperta in Iraq (con le conseguenze rovinose che questo comporterebbe per tutti) appare quella proposta dal rapporto di Baker ed Hamilton: collocare la questione irachena in un contesto regionale, affrontando decisamente il nodo del conflitto israelo palestinese; tentare, sulla base di una politica di incentivi e disincentivi, di impegnare la Siria e l'Iran nella stabilizzazione dell'Iraq; concentrare sforzi e risorse nell'addestramento delle Forze armate e di sicurezza irachene; lavorare per il recupero al processo politico di stabilizzazione della componente sunnita dell'Iraq.
Si tratta di una impresa ardua e gravida di incognite ma è l'unica in grado di riaprire una ragionevole prospettiva di soluzione della crisi irachena. Ad essa occorrerà che gli Usa tornino. Nel loro interesse. Nell'interesse della lotta al terrorismo. Certo occorre che anche l'Europa trovi la forza politica e morale di fare la sua parte. Di contribuire a risolvere politicamente la crisi irachena. Non si può restare a guardare in attesa del fallimento completo degli americani in Iraq. Pagheremmo tutti le conseguenze. L'Europa dovrebbe esprimersi più decisamente in termini favorevoli alla strategia politica delineata nel rapporto Baker-Hamilton. C'è da augurarsi che ciò non accada troppo tardi e che gli Stati Uniti non si lascino tentare da quella antica logica politica secondo la quale quando non si riesce a risolvere un problema lo si allarga. In quel caso rischieremmo il disastro.

 

 

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