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10 September 2007
CORRIERE ECONOMIA - Piano UE per l'energia, Sarkozy stacca la spina - di Giuseppe Sarcina

 

 Bruxelles prepara «l'offensiva di carta» (due direttive e tré regolamenti), per dare una qualche concretezza al «mercato europeo dell'energia». Ma a Parigi il presidente Nicolas Sarkozy ha appena chiuso i cancelli di protezione e buttato via la chiave. Mettiamoci comodi: sta per cominciare un lungo scontro, forse inevitabile e che probabilmente non farà bene alla già fragile coesione della Uè. Il Commissario all'energia, il lettone Andris Piebalgs ha disegnato i cerchietti rossi sul calendario. Per il 19 settembre è prevista l'approvazione del «pacchetto elettricità e gas» da parte dell'intero collegio guidato dal portoghese )osè Manuel Durao Barroso. Poi, il 5 dicembre, primo esame al Consiglio dei ministri dell'energia. A seguire (per le sole direttive) il lungo dibattito nel Parlamento europeo. La parola chiave del piano è la stessa da ormai due anni: un-bundling, cioè «separazione». Chi produce energia (gas o elettricità), non può essere anche proprietario della rete di distribuzione, o viceversa. Se la catena di comando si spezza, è il ragionamento della Commissione (e di molti economisti), si aprono spazi per altri operatori. Risultato: più competizione e quindi (anche se non sempre è così automatico), prezzi più bassi per, famiglie e imprese. Barroso e Piebalgs vorrebbero fare le cose in grande. Sul mercato del futuro (liberalizzato e quindi fluido), dovrebbe vigilare una nuova Authority, l'Agenzia per la cooperazione dei regolatori energetici. I più ambiziosi immaginano un controllore indipendente e inflessibile, pronto a spazzare via «cartelli» (accordi sotterranei tra le imprese) e posizioni dominanti. Il disegno di integrazione tocca anche le infrastrutture, le reti di collegamento tra i diversi Paesi europei. La Commissione nominerà, mercoledì prossimo, quattro coordinatori, tra i quali figura anche Mario Monti cui verrà affidato, tra l'altro, il compito di sovrintendere i lavori di interconnessione tra Germania, Polonia e Lituania. Nello stesso tempo a Bruxelles si scruta il movimento dei governi e si comincia a fare i conti. Barroso fa affidamento sull'appoggio convinto di almeno sette Paesi: Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Inoltre il «piano energia» dovrebbe essere accolto bene dalla maggioranza degli euro-parlamentari, che si sono già pronunciati a favore della separazione tra reti e produzione. Allora ci siamo? Sta per cominciare davvero un'epoca di cooperazione, integrazione e mutuo soccorso energetico? La risposta non si trova tra le carte e le tabelle di Bruxelles. Bisogna, invece, spostarsi a Parigi e osservare quello che sta facendo Nicolas Sarkozy. Martedì scorso, proprio nel giorno in cui filtravano sui giornali le indiscrezioni sui progetti della Commissione, il presidente francese dava il via libera alla discussa e contrastata fusione tra la società pubblica Gaz de France e il gruppo Suez. La nuova realtà dovrebbe diventare operativa a partire dall'anno prossimo e avrà una presenza decisamente ingombrante. Gdf-Suez sarà il leader europeo nella distribuzione del metano, con una quota del 25 per cento del settore mondiale del gas liquido e un giro d'affari pari a 72 miliardi di euro. Ma la preoccupazione nelle altre capitali europee è un'altra. La conglomerata francese rappresenta proprio un caso da manuale di ciò che Bruxelles vorrebbe togliere di mezzo. Uno dei punti di forza della nuova casa francese è esattamente la saldatura tra produzione e distribuzione di energia (elettricità e gas). Come ha subito notato, con disappunto, il ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani. E qui comincia il festival dei paradossi. Con una mano, quella di Neelie Kroes, Commissario alla Concorrenza, Bruxelles ha autorizzato la fusione Gdf-Suez. Ora, però, da un altro lato, Piebalgs vorrebbe di fatto smembrarla imponendo proprietari diversi per centrali e reti. Dal punto di vista strettamente giuridico la contraddizione forse è inevitabile, poiché il Trattato e i regolamenti su fusioni e concentrazioni si preoccupano di tutelare l'agibilità dei mercati,, non di plasmarli secondo un progetto di integrazione industriale. Sul piano politico, però, il problema è evidente e rischia seriamente di polverizzare i piani della Commissione. C'è qualcuno in Europa in grado di convincere Sarkozy a smontare un gruppo che, dopo mesi di ostruzionismo, ha appena assemblato? Sarà il nuovo premier inglese Brown? Oppure Romano Prodi o lo spagnolo Zapatero? Al momento nessuno sembra in grado di riuscire nell'impresa. Le scelte francesi in campo di energia ormai appaiono blindate: Gdf-Gaz de France si affianca all'altro gigante, Edf, altro gruppo che poggia sull'integrazione iper-collaudata tra produzione e distribuzione. Il modulo di Parigi ricalca perfettamente quello tedesco, imperniato su E.on e Ruhrgas. Come dire: a fianco di Sarkozy questa volta c'è anche la Merkel. Finora gli attacchi del presidente francese agli equilibri e alle regole economiche della Ue sono stati contenuti da un fronte guidato dalla Germania. È accaduto (e accadrà) per le prerogative della Banca centrale europea, come per l'applicazione del «Patto di stabilità» sul rientro del deficit. Ma lo scontro sull'energia avrà una dinamica completamente diversa. In questo caso è la Commissione che giocherà all'attacco, nel tentativo di scardinare le fortezze francesi e tedesche. Sarkozy e la Merkel potranno attestarsi sulla difensiva, concedendo al massimo qualche limitata apertura. Intanto i grandi gruppi macineranno sul campo le loro politiche industriali e le nuove alleanze, con buona pace, di Bruxelles.

 
 

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