I TRE PILASTRI DEL PIANO GLOBALE SULL’IMMIGRAZIONE
di FRANCO FRATTINI
TRA qualche giorno circa 60 ministri di altrettanti Paesi europei
ed africani si riuniranno a Rabat, ospiti del regno del Marocco,
per tracciare linee comuni di azione ed un piano globale sull'immigrazione.
Particolare attenzione verrà prestata alla cosiddetta
“rotta occidentale”. Alla rotta, cioè, che
dall'Africa centrale va verso l'Europa.
Rabat è una conferenza con obiettivi politici ambiziosi,
per la prima volta congiuntamente promossa da Paesi europei
(Francia e Spagna) e africani (Marocco) e organizzata insieme
alla Commissione Europea, con la partecipazione anche dell'Unione
Africana.
Illustrerò a Rabat le linee guida europee per una strategia
politica globale capace di reggere e vincere una sfida l'immigrazione
destinata a rinnovarsi per i prossimi anni e decenni. Una sfida
che, per la prima volta, tutti i leader europei ritengono si
debba affrontare rinunciando finalmente alle gelosie nazionali;
basandosi invece sul coordinamento che la Commissione Europea,
anzitutto con lo strumento dell'Agenzia Europea per il Controllo
delle Frontiere, può garantire.
Tre sono i pilastri di questa strategia su cui la Commissione
sta concretamente lavorando.
Primo. Un governo “europeo” delle regole di ingresso
degli immigrati: dobbiamo infatti garantire pur nelle diversità
sociali ed economiche degli Stati membri condizioni adeguate
di accoglienza e di effettiva integrazione a coloro che intendono
lavorare e vivere nei nostri Paesi rispettando le leggi.
Secondo. Una prevenzione coordinata, ed un contrasto senza indulgenze
verso i trafficanti di esseri umani. Non c'è tolleranza
possibile verso coloro che sfruttano la disperazione degli immigrati
e spesso li abbandonano, in condizioni di gravissimo rischio,
in mare, o nelle regioni desertiche dell'Africa sahariana.
Né possiamo lasciare soli a fronteggiare la pressione
dell'immigrazione illegale pilotata da spietate organizzazioni
criminali quegli unici Paesi europei che per posizione geografica
vi sono più esposti: Spagna, Italia, Malta, Cipro e Grecia.
Una missione europea, dotata di mezzi e uomini, partirà
prossimamente per aiutare la Spagna a fronteggiare, con la prevenzione
e l'accoglienza equilibrata, l'enorme pressione di immigrati
illegali che dalle coste africane si dirige verso le isole Canarie.
Lo stesso impegno dedicheremo a Malta, che ce lo ha richiesto.
Se anche e solo il governo italiano lo chiedesse, l'Europa non
potrebbe sottrarsi al suo dovere di solidarietà, considerato
il dramma quotidiano che si consuma sulle coste siciliane.
Terzo. Rafforziamo il lavoro comune con i partner mediterranei
del Nord Africa, delle regioni sahariane , per affrontare insieme
le cause profonde del fenomeno migratorio: povertà, distruzione
dell'ambiente e dunque dell'economia agricola locale, carenza
di investimenti e di opportunità di lavoro, di servizi
finanziari nei Paesi di origine. Una pressione crescente e spesso
insostenibile si sviluppa sui Paesi di transito, utilizzati
come aree di sosta (spesso di lunga durata) in quella che è
ormai la lunga marcia della disperazione verso il Nord.
La Commissione Europea ha avviato un lavoro approfondito, che
a Rabat verrà presentato: dobbiamo indirizzare aiuti
verso le esigenze di sviluppo durevole, promuovendo occasioni
di investimento nell'ambiente, nelle piccole e medie imprese,
nel turismo e nell'artigianato. E dobbiamo poi cercare di contenere
la “fuga di cervelli” dai Paesi più poveri,
un altro fattore di impoverimento di intere società.
E infine la lotta al lavoro nero. Chi, nei “ricchi”
Paesi europei fa lavorare in nero un immigrato, non soltanto
lo sfrutta (perché lo paga meno e gli preclude i servizi
sociali escludendolo dai percorsi della solidarietà e
dell'integrazione) ma contribuisce ad alimentare nuovi arrivi,
gli arrivi di disperati pronti a tutto pur di intascare pochi
euro.
Dobbiamo anche sviluppare campagne di comunicazione “all'origine”
del fenomeno, nei Paesi di provenienza. Ed insieme a quei governi,
informare circa le condizioni richieste per lavorare e vivere
legalmente in Europa, e soprattutto dobbiamo contrastare la
tendenza a tollerare il lavoro nero qui, proprio in casa nostra.
Un lungo lavoro di ricerca europeo mi porterà, tra due
settimane, a pubblicare un documento strategico sull'immigrazione
illegale. Tra gli altri punti metteremo in evidenza la necessità
di collaborare con i Paesi di origine nel contrastare “a
monte” appunto quei fattori di attrazione l’“effetto
calamita” degli immigrati illegali, e anzitutto il lavoro
nero.
In conclusione, dobbiamo lavorare perché a Rabat Africa
ed Europa, per la prima volta, prendano decisioni comuni sul
governo dei flussi migratori. Una dimensione non soltanto di
polizia e sicurezza ( necessaria, ovviamente, a far rispettare
le regole ed a rimpatriare chi non le rispetta), ma anche umanitaria
e di solidarietà. E di più, con una gestione accorta
dei flussi dell'immigrazione economica, serviremo lo sviluppo
di questi nostri Paesi europei: abbiamo infatti una popolazione
media che invecchia e che sempre più seleziona tipologie
di lavori graditi o anche soltanto richiesti. Non c'è
immigrazione senza solidarietà, ma non c'è sviluppo
senza immigrazione e integrazione.