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7 June 2006
Corriere della Sera - article from Mario Monti - Procedure Ue e Governi nazionali : Migliorare la Democrazia

Procedure Ue e governi nazionali

MIGLIORARE LA DEMOCRAZIA

È più democratico e rispettoso del Parlamento il modo in cui si forma l'esecutivo dell'Unione Europea (la Commissione) o quello in cui si formano gli esecutivi degli Stati membri (i governi nazionali)?
A un anno dal «no» di Francia e Olanda al Trattato costituzionale, mentre si riaffaccia in Europa il desiderio di riprendere il cammino, è utile riflettere su questioni concrete come questa. I cittadini potranno così formarsi loro opinioni, al di fuori degli stereotipi che tuttora, nel dibattito sull'Europa, caratterizzano le posizioni favorevoli e quelle critiche.
In genere si ritiene che la Ue sia affetta da un grave «deficit democratico» e che la Commissione, in particolare, manchi di legittimazione democratica. Per far uscire la Ue dalla crisi, per farla diventare adulta, per fare appassionare ad essa i cittadini, bisognerebbe — si sostiene — replicare il più possibile a livello comunitario la vita politica «vera», quella che appassiona i cittadini negli Stati nazionali, assunta a paradigma di democrazia.
È una tesi diffusa, ma che non condivido: perché tende a vedere tutto vuoto il bicchiere della democrazia nella vita della Ue e soprattutto perché tende a considerare tutto pieno il bicchiere della democrazia nella vita degli Stati membri. Credo che si possa senz'altro parlare di «crisi della politica» in Europa. Ma essa si riscontra, in primo luogo, negli Stati nazionali. In essi sono diventati rari gli esempi di leadership
politica, si stenta a prospettare e a realizzare le politiche di riforme — che devono essere essenzialmente nazionali — per far fronte con successo alla globalizzazione, si è propensi a «inquinare» l'ambiente politico europeo scaricando sulla Ue la responsabilità dei propri insuccessi o delle misure impopolari, contribuendo così a rendere l'Europa invisa ai cittadini.
È certo necessario ripensare in profondità la governance
dell'Europa nel suo insieme. Ma sarebbe pericoloso trasporre acriticamente a livello comunitario connotati della vita politica degli Stati, la quale in molti di essi si sta dimostrando deficitaria in termini di efficacia e a volte di effettiva democrazia.
Un esempio è offerto proprio dal rapporto Parlamento- esecutivo. Gli italiani hanno bene in mente, anche per averlo visto snodarsi pochi giorni fa, il modo di formazione del governo nazionale, un modo simile a quello che si riscontra in diversi altri Paesi. Forse conoscono meno il processo attraverso il quale si forma la Commissione europea.
Il Parlamento europeo, eletto — come i parlamenti nazionali — direttamente dai cittadini, si pronuncia dapprima sulla fiducia al presidente designato della Commissione, scelto dai capi di Stato e di governo degli Stati membri. Il presidente designato procede, in accordo con i governi, alla designazione dei commissari. Per poter entrare in funzione, la Commissione deve ottenere la fiducia del Parlamento europeo. Ma prima di esprimersi, il Parlamento richiede che ogni commissario designato risponda a un questionario molto dettagliato sulla propria vita professionale e politica, sulla propria visione dell'integrazione europea, sugli elementi in base ai quali ritiene di essere idoneo ad assumere la responsabilità per lo specifico settore che il presidente intende affidargli, sulle principali linee politiche che si propone di seguire in tale settore, sulla propria indipendenza, sulla propria situazione finanziaria personale e familiare, su possibili conflitti di interesse. Le risposte di ciascun commissario designato — diverse decine di pagine — vengono messe a disposizione dei parlamentari e dell'opinione pubblica, in tutte le lingue comunitarie, sul sito del Parlamento.
Anche sulla base di questi elementi, ogni candidato viene poi sottoposto individualmente ad un'audizione presso le commissioni parlamentari competenti. Le audizioni, pubbliche e teletrasmesse, durano in genere due o tre ore. Le commissioni esprimono poi, per iscritto, una valutazione, che viene resa pubblica, su ogni commissario designato. Come si è potuto constatare in recenti occasioni, valutazioni negative espresse dal Parlamento inducono il presidente della Commissione a non insistere sui candidati in questione.
Se si pensa al modo un po' convulso — peraltro in linea con quanto si era verificato d'abitudine per i precedenti governi — in cui è stata definita e presentata al Parlamento l'attuale compagine governativa, è chiaro che il processo di formazione della Commissione assegna al Parlamento europeo un ruolo ben più incisivo, e la possibilità concreta di svolgerlo. E dà al presidente della Commissione la possibilità di assicurare la coerenza tra le aree di competenza e le linee politiche espresse dai suoi commissari. E di farlo preventivamente e ordinatamente, cosa non sempre agevole per un presidente del Consiglio all'inizio della vita di un governo.
Ecco un caso, forse poco noto, in cui la vita politica comunitaria non manifesta certo un «deficit democratico» rispetto a quella nazionale. E questo non vale solo per l'Italia. In nessun Paese europeo, a mia conoscenza, i singoli ministri del governo nazionale sono sottoposti ad un preventivo vaglio individuale dal Parlamento, neppure nella culla londinese della democrazia parlamentare. Ciò avviene solo nella Ue e negli Stati Uniti, ove i ministri e i titolari di alcune altre posizioni di vertice, designati dal Presidente, sono sottoposti a confirmation hearings presso il Senato.
Si dirà: ma i ministri dei governi nazionali, in Italia e negli altri Paesi europei, sono parlamentari, sono già muniti di un mandato popolare. Spesso, è effettivamente così. Due obiezioni, tuttavia. Primo, il parlamentare è stato eletto per svolgere, appunto, la funzione di parlamentare; nessuno ha compiuto su quel parlamentare un vaglio in merito alla sua attitudine a ricoprire la funzione di ministro, e in un certo settore, simile al vaglio che il Parlamento europeo compie sui commissari. Secondo, vi sono a volte ministri non parlamentari, ai quali talora sono affidate funzioni di alta responsabilità politica: ad esempio, l'istruzione e l'università nel precedente governo, l'economia e le finanze nell'attuale governo. E questo non si verifica solo in Italia. Ad esempio, il ministro Tommaso Padoa- Schioppa (che già al momento della nomina ho dichiarato di considerare la migliore scelta possibile) incontrerà nelle prossime ore al Consiglio Ecofin almeno due suoi colleghi ministri dell'economia che non sono parlamentari, il francese Thierry Breton e lo spagnolo Pedro Solbes. Il commissario Joaquín Almunia, che a volte la stampa qualifica di «eurocrate», in contrappunto ai ministri nazionali, «politici», ha avuto invece una legittimazione parlamentare individuale.
L'intensità del rapporto democratico Parlamento-Commissione è mostrata da due altre circostanze. A differenza che nella politica nazionale, ove esistono maggioranza e opposizione, la Commissione deve ogni volta convincere una maggioranza, variabile, del Parlamento europeo se vuole che una sua iniziativa legislativa sia approvata. Inoltre, lo si è visto nel 1999, la Commissione può perdere la fiducia del Parlamento e vedersi costretta alle dimissioni.
Un esame pacato e concreto di questioni come il rapporto parlamento- esecutivo può aiutare a capire meglio la complessa vita della Ue. E, forse, a trarne perfino qualche spunto per migliorare la democrazia e la trasparenza sul piano nazionale.



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