Padoa-Schioppa, l'Europa riparte da un sogno
La ricetta per il riscatto dell'Ue: politica estera, difesa
e sicurezza comuni
S e è vero che sarà presto chiamato a svolgere
un ruolo di grande importanza nel nuovo governo, Tommaso Padoa-Schioppa
non poteva trovare momento migliore per pubblicare questo suo
autoritratto ( Europa, una pazienza attiva. Malinconia e riscatto
del Vecchio Continente, Rizzoli, da oggi nelle librerie). Un
autoritratto impersonale, se mi si passa un facile ossimoro:
della sua attività come costruttore di istituzioni europee,
come economista e tecnico, come studioso e scrittore, non c'è
traccia nel libro e l'unico Padoa-Schioppa citato in bibliografia
è il fratello Antonio. Ma pochi libri sono così
personali, così rivelatori delle credenze e delle passioni
dell'autore, come questa sobria analisi dello stato di depressione
in cui è caduta oggi la stessa idea di Europa unita e
delle ragioni per cui è urgente passare dalla «malinconia»
al «riscatto». Perché — questa è
la tesi — si tratta dell'unico progetto che potrebbe consentire
all'eredità migliore del nostro Vecchio Continente di
imprimere il suo segno, di entrare come ingrediente attivo nel
mondo nuovo che incombe.
L'autoritratto si completa a poco a poco. L'abbozzo, e gli accenti
più personali, stanno nel primo capitolo, sui motivi
della malinconia, sulle ragioni del riscatto e sull'atteggiamento
che può favorirlo: quella «pazienza attiva»
che dà titolo al libro. Il secondo capitolo (Difetto
di leadership) è dedicato alle ragioni della crisi attuale
e soprattutto al ruolo della Francia: è finito il tempo
in cui l'Europa poteva avere tanta unione quanto la Francia
voleva e i leader di quel Paese non ne hanno ancora tratto le
conseguenze. Il terzo (Verità e favole) è una
serrata risposta alle principali critiche rivolte all'Unione.
Troppa Europa? No: ci sono gli eccessi di interventismo fastidioso
di cui scrivono tanti economisti liberali, ma questi sono proprio
dovuti alla debolezza dell'Europa politica, al fatto che non
c'è abbastanza Europa e gli Stati non sono disposti a
concedere maggiori poteri alla Commissione.
È un paradosso solo apparente: «Ciò che
in ogni sistema nazionale è demandato a una legislazione
secondaria... o addirittura alla decisione discrezionale di
una amministrazione pubblica, nel sistema europeo viene scolpito
nel marmo delle direttive comunitarie», anche la dimensione
delle mele o lo spessore delle rondelle dei rubinetti. Il capitolo
successivo è dedicato ai «modelli di Europa».
L'autore ne identifica cinque, tra i quali uno in vigore e un
altro desiderabile: il terzo, quello in vigore (comunità
economica retta da regole federali e tutto il resto dell'Unione
retto da regole confederali, con poteri di veto dei singoli
Stati); e il quarto, quello che auspica Padoa-Schioppa, di un'unione
federale, in cui anche il cruciale pilastro della politica estera,
della sicurezza e della difesa si regge su regole federali,
maggioritarie.
Il quinto capitolo (Unione e divisione) affronta due problemi
teorici che stanno a monte di tutti gli altri: che cos'è
un'unione politica e quali sono le forze che spingono per attuarla?
C'è unione quando c'è consenso su che cosa sia
la «cosa comune», esiste la capacità di decidere
e, di conseguenza, si predispongono i mezzi per agire. Non è
necessario essere d'accordo sempre sulle decisioni da prendere;
anzi, un'unione nasce proprio perché è noto in
anticipo che non si andrà sempre d'accordo.
Un'unione nasce perché esiste sia un accordo sul metodo
con il quale superare il disaccordo (la regola di maggioranza)
sia una decisione inflessibile che si resterà nell'unione
anche se si verrà messi in minoranza: questo vale per
l'Unione Europea come per un condominio o un partito. Fin qui
tutto bene: ma come può formarsi quella decisione inflessibile,
quella convinzione che è meglio unione (anche in minoranza)
che indipendenza? E per quali materie? Padoa-Schioppa sa benissimo
«che solo in alcuni campi la necessità dell'unione
è dimostrabile
more geometrico: in molti altri essa è frutto di una
decisione politica che può ben variare da momento a momento
storico, da persona a persona, da un partito all'altro».
E allora? C'è qualche realistica speranza che, in un
futuro non geologico, possa imporsi, nei Paesi più importanti
e più orgogliosi della propria indipendenza — la
Francia e il Regno Unito — la convinzione profonda che
unione è meglio di autonomia in materia di politica estera
e di difesa, i campi decisivi per definire una unione non virtuale?
Quali sono gli argomenti che possono essere usati per convincere
chi non è convinto? Sono domande che in questo libro
restano senza risposta. Il sesto e ultimo capitolo riguarda
l'Italia e il suo atteggiamento verso l'Europa: le osservazioni
di Padoa-Schioppa sul nostro bipolarismo rissoso ed estremo,
sulla necessità di politiche bipartisan su temi di fondo
della nostra politica estera, l'equilibrio politico con cui
le argomenta, non potrebbero essere più convincenti.
Il compito minimo di un recensore — dare un'idea di che
cosa un libro contiene — è stato assolto. Il compito
più importante — valutarlo, esprimere ragioni di
consenso o dissenso — mi riesce difficile. Il libro è
molto bello, scritto in uno stile piano ma mai sciatto, percorso
da un filo di passione che emerge anche nelle sue parti più
descrittive. Non è il libro che ci si aspetterebbe da
un economista: esso non discute modelli di politiche economiche
e sociali che l'Unione e gli Stati membri dovrebbero perseguire
al fine di uscire dalle condizioni di ristagno in cui si trovano
i più grandi tra loro. Non sostiene apertamente il modello
americano e anglosassone contro quello europeo e continentale,
ma neppure il contrario: il rapporto Sapir ( Europa. Un'agenda
per la crescita, il Mulino, 2004) è appena menzionato
e i temi dell'agenda di Lisbona neppure sfiorati. È il
libro di uno storico e di uno scienziato politico, di un europeista:
quale modello di politiche economiche e sociali i Paesi europei
vorranno perseguire, se anglosassone o continentale o nordico,
lo decideranno i singoli Paesi, nell'esercizio di poteri che
— secondo il principio di sussidiarietà —
rimangono saldamente in mano loro. Purché l'Unione esca
da questo stallo, da questa condizione virtuale che ne deprime
lo slancio.
Perché allora mi riesce così difficile valutare
questo modo di affrontare il problema? In nome di un facile
realismo, criticare sarebbe agevole. Forse ad altri, non a me.
Su scala più ridotta — non l'Unione Europea, ma
il Partito democratico in Italia — sono anch'io impegnato
in un problema politico di unione tra diversi, di vantaggi futuri
per il nostro Paese che intravedo ma non riesco a far vedere
a tutti coloro che dovrebbero unirsi. Il non realismo di Padoa-
Schioppa è troppo simile al mio perché io possa
prenderne distanza e sottoscrivo con profonda condivisione il
paragrafo («Le tentazioni dell'accidia») col quale
inizia il secondo capitolo. Un paragrafo che riecheggia lo splendido
finale della Politica come vocazione di Max Weber, dalla quale,
per concludere, mi limito a estrarre una sola frase: «È
del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che
non si realizzerebbe ciò che è possibile, se nel
mondo non si aspirasse sempre all'impossibile».
Secondo Max Weber il possibile si realizza aspirando all'impossibile